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6TAB. TIPOGRAFICO K \RINO BELLINZAGHI MILANO, CORSO POSTA NUOVA. 26
A
GRAZIADIO ISAIA ASCOLI
Mio riverito professore,
concedendomi di intitolarle questo mio studio, Ella comprese che alla richiesta m'aveva incorato un solo orgoglio: quello d'attestare con il frutto - pur misero - del mio lavoro la riconoscenza d'un italiano verso chi fa il nome della patria glorioso fra le genti e nel tempo, e il figliale amore, fatto di ammirazione, di gratitudine, di devozione, che nutre per Lei
il suo Vittorio Ferrari.
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-Capi
I2STIDICE
IL MODERNO RINNOVAMENTO (1748-1870)
Capitolo I. — La preparazione {1748-1789)
§ I. I precursori .
§ II. La preparazione scientifica
§ III. La rinnovazione poetica
§ IV. La poesia drammatica .
§ V. Vittorio Alfieri e G. Parini
1-89
1 19 88 50 71
Capitolò II. — Per il classicismo al romanticismo
(1789-1830) 90-186
§ I. La rivoluzione italiana e i primi accenni del
Romanticismo 90
§ IT. Vincenzo Monti. — U. Foscolo . . 100
§ IH. I neo-classici minori 122
§ IV. Il romanticismo puro 183
§ V. Il romanticismo e A. Manzoni . . .147
§ VI. Giacomo Leopardi 178
Capitolo III. — La patria nella letteratura (1830-1870) 187-251
§ I. I primi manzoniani nell'alta Italia . 187
§ IL II Romanticismo in Toscana. . 197 § IH. La prosa della rivoluzione e nell'unità
d' Italia 217
vili Indice.
Pag.
§ IV. La poesia della rivoluzione e nell' unità
d'Italia 280
LA LETTERATURA DELL'OGGI (1870-1903)
Capitolo IV. — Avvertenze 252
§ I. La poesia 259
§ II. La prosa 885
§ III. Le donne letterate 889
§ IV. L'arte dal secolo XIX al secolo XX . . 405
Indice alfabetico dei nomi 415
IL MODERNO RINNOVAMENTO
[1748-1870].
CAPITOLO I. La preparazione.
§1.
/ precursori.
Quadro Storico. — L'Italia al 1748. — Le repubbliche (Lucca, Genova, Venezia). — La Lombardia. — Modena. — Roma. — Reame di Napoli. — Piemonte. — Preparazione dei destini d' Italia. — Le riforme : in Piemonte, a Milano, a Parma, in Toscana, a Napoli. — Rapporti tra la vita politica e l'intellettuale.
I precursori: la critica della storia e del giure. — Il Ca- ruso e Apostolo Zeno. — L. A. Muratori. — Scipione Maffei. — Pietro Giannone. — G. V. Gravina. — G. B. Vico. — La Storia letteraria. — G. M. Crescimbeni. — Apostolo Zeno. — Saverio Quadrio.
« Il 700 ha adunque la sua prima metà tra- vagliata dalle più vaste guerre, la seconda svol- gentesi in una pace quale l'Italia da lunghi anni non conosceva, e analogamente vuol esser diviso, perla Storia Letteraria, il secolo XVIII in due parti distinte, l'una delle quali appartiene al passato, l'altra all'avvenire, l'una è opera
Ferrari. 1
Il moderno rinnovamento.
apparentemente di riforma, in realtà di deca- denza senile, l'altra è preparazione della rina- scita, del risorgimento italiano, cosi politico come civile, cosi morale come letterario.
« Appartengono alla prima le manifestazioni artistiche della letteratura e principale fra esse la poesia arcadica che a quell'età dà nome ; l'altra comprende tutto quel moto di rinnova- mento che colla Storia Letteraria direttamente non si collegherebbe, eppure a buon diritto le chiede un posto, perchè, iniziato e guidato dai pensatori, è moto, oltreché storico, politico, ci- vile e, soprattutto, intellettuale » (1).
Con queste parole si chiude il quadro sto- rico premesso al Gap. IX del precedente volume: e invero dalla pace di Aquisgrana [1748] l'Italia usci cosi sostanzialmente trasformata, che il Carducci potè giustamente scrivere: « La storia italiana nella prima metà del secolo XVIII po- trebbe per certa guisa assomigliarsi al quarto atto di un dramma: tutto ciò che è annunziato, preparato e svolto negli atti anteriori, si rav- volge di nuovo, si mescola e intralcia. Nell'atto quinto, cioè nella seconda metà, fuor di meta- fora, tutto ciò che dell'antico sistema politico e della vecchia società rimane, precipita o ac- cenna a precipitare per dar luogo a un nuovo ordine di cose » (2).
(1) Fbnini-Ferrari, Man. di Lett. IL, dalle origini al 1748, pa- gina 280.
(2) Letture del Risorgimento Italiano scelte e ordinate da G. C. Bologna, 1896, pag. V.
/ precursori.
Gli ottanta stati, all'incirca, ne' quali era di- visa ritalia al principiar del secolo XVIII, si erano ridotti, per effetto della pace anzidetta, a dieci, de' quali uno solo, la Lombardia, in condizione di assoluta dipendenza da uno stato straniero.
Di que' dieci stati, tre avevano solo parvenza e nome di repubblica: Lucca, in una forma primordiale di governo collettivista e protezio- nista, che poco poteva durare ; Genova, a stento reggentesi sotto i Doria, mezzo aristocratica e mezzo commerciante, ligia agli austriaci, quan- tunque nel 1746 li avesse cacciati a sassate quando avevan voluto castigare in lei l'alleata de' Borboni ; Venezia infine, fossilizzatasi nelle sue forme di governo che duravan dal 1297, scaduta da ogni potestà marittima, vivente « a sorte, per accidente », come diceva il doge Re- nier, e celante la sua agonia fra lo sfarzo dei divertimenti, lo splendore de' suoi palazzi, e l'incanto del suo paesaggio unico al mondo.
Degli altri: la Lombardia era fiaccata dalle alterne dominazioni di Spagnuoli, Austriaci, Piemontesi, poi ancora Spagnuoli e Austriaci, che avean lasciato uno strascico spaventoso di rovine, di sconforti, d'apatia rassegnata o di- sperata; Modena più che uno stato era ridotta ad un podere sfruttato da un padrone — l'E- stense — poco coscienzioso; Roma e lo stato papale ormai s'avviavano all'ultimo crollo, per l'indole stessa del governo pontifìcio renitente ad ogni innovazione che fosse frutto di civiltà
Il moderno rinnovamento.
moderna ; nel reame di Napoli, infine, la feu- dalità laica ed ecclesiastica, quasi scomparsa o trasformata altrove, persisteva ancora salda e tenace e poneva il maggior ostacolo all'ini- ziarsi delle riforme.
Finalmente il Piemonte, testé divenuto centro del Regno Sardo, se appariva godere di un no- tevole benessere, per la produttività del terreno diviso fra molti proprietari e non isterilito nei latifondi, per le industrie pullulanti, era tuttavia ordinato a governo saldamente aristocratico, a monarchia tenacemente assoluta.
Ormai certo un'Italia nazione non esisteva più ; a ragione l'afferma il Masi, dicendola in quel tempo « un ricordo letterario, un'espres- sione geografica » e nulla più (1). Bologna, pro- vincia pontificia, s'intitolava nazione, Lucca s'armava di dazi protettori contro i vicini ; Pie- tro Verri nel 1765 argutamente satireggiava la meraviglia destata da un italiano che non si teneva straniero in mezzo ai Milanesi ; e Vitto- rio Alfieri dedicava ancora nel 1789, il Bruto Minore al popolo italiano futuro.
Ma non per questo meno dovevan prepararsi e maturare i destini d'Italia in quel lungo, inu- sitato periodo di pace, per l'opera di vari fattori. Primo fra essi il concorso di principi e mini- stri buoni, taluni anche novatori, con più o meno di arditezza, in parecchi degli stati italiani.
(1) " L'Italia al rompere della Rivol. Frane. , in Pensiero ed Azione nel Risorgimento Italiano. Lapi, Città di Castello.
/ precursori.
I re sardi Carlo Emanuele III [1730-1773] e Vittorio Amedeo III [1773-1796] strappavano a Vittorio Alfieri, il feroce odiator dei tiranni, la confessione che egli si « sentiva nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi che non avver- sione: stante che sì questo re (Vittorio Amedeo III), che il di lui predecessore sono di. ottime intenzioni, di buona e costumata ed esempla- rissima indole, e fanno al paese loro più bene che male ».
A Milano l'ordinato e illuminato governo di Maria Teresa [1745-1780], e di Giuseppe II [1765-1790] iniziò una vera rigenerazione mate- riale e intellettuale. Attivati i commerci e le industrie, aboliti i privilegi e le prepotenze del clero, dato miglior assetto all'amministrazione, anche Milano fu terreno propizio al germogliar di pensatori che n'avviassero il popolo a civile e libera vita con moderni ordinamenti.
D'ugual ardimento di riforme senti gli effetti il Ducato di Parma, sotto il governo di Filippo di Borbone, e per l'opera di Guglielmo Du Tillot suo ministro [1748-1771]; e più n'avrebbe avuti senza il bigottismo del novello Duca Ferdinando tanto più fanatico, quanto più viva era stata la sua fede negli ammaestramenti del Gondillac e del Mably.
Più propizio ancora allo svolgersi delle ri- forme fu in Toscana il governo de' Lorenesi durante- Francesco [1738-1765] e il suo succes- sore Pietro Leopoldo I [1765-1790], ambedue saliti poi al trono imperiale austriaco. Qui la
6 11 moderno r innovamento.
coraggiosa lotta contro la prevalenza del clero, qui il liberismo nel commercio, qui i miglio- ramenti degli studi, la proclamazione dell'egua- glianza de' cittadini di fronte alle imposte, qui l'amministrazione delle finanze dello stato resa pubblica.
A Napoli infine già dal 1734 s'era instaurata con Carlo 111 un'altra dinastia Borbonica; e a questo sovrano e al Tanucci suo ministro quel regno andò debitore delle più larghe e innova- trici riforme, che mentre miglioravano le leggi civili e gli ordini giudiziari del regno, tende- vano ad affrancarlo da ogni omaggio di dipen- denza verso il pontefice, a limitare la prepon- deranza degli ecclesiastici nel regno, ad inde- bolire il potere feudale nelle provincie.
Largo fu dunque il movimento innovatore per l'Italia. Che se il Du Tillot a Parma, per lo spirito reazionario di Ferdinando, il Tanucci a Napoli per l'influenza di John Acton, il fa- vorito di Maria Carolina, videro non solo im- pedite ma in parte soppresse le riforme con tanto coraggio portate innanzi, ciò non valse a inceppare il progresso di quelle idee che essi aveva» patrocinato.
Era un seme gettato e che doveva o tosto o tardi fruttificare.
Quale parte ebbero i pensatori, i letterati in questo movimento politico, sociale e civile? Qui è veramente dove si può riscontrare una diretta relazione tra i fenomeni del pensiero e quelli della vita nazionale: relazione di alterna e re-
/ precursori.
ciproca dipendenza, come è dato constatare, per quella parte delle manifestazioni letterarie che più davvicino tocca la vita civile e politica, dico la storia, la sua filosofia, l'economia politica o commerciale; relazione di contemporaneità per la letteratura fantastica.
«La metà prima del secolo XVI II, al che non avvertono i superficiali esploratori della storia letteraria non veggenti oltre l'Arcadia, fu an- che tutta occupata dal gran lavoro della dot- trina critica intorno alla storia e al giure, alle costumanze e alle lingue, che promosso nel se- colo XVI dal Sigonio e da Gian Vincenzo Bor- ghini, emigrato nel XVII in Germania ed in Olanda, rimpatriava originalmente ed eminen- temente italiano con G. V. Gravina, G. B. Vico, L. A. Muratori, S. Maffei, P. Giannone (1)».
Con tali parole determina il Carducci il com- pito ed il valore di que' cinque scrittori che si tralasciò di considerare nella precedente parte di quest'opera, parendo che a buon dritto spetti loro un posto logico, se non cronologico, nel periodo di rinnovamento delle lettere e del pensiero, se non si voglia soffocare, con una gretta tirannia cronologica, la vita logica de' fenomeni.
L'indirizzo nuovo della, storia politica e civile nostra si compendia nell'opera di quei cinque scrittori; per essi la storia sali alla dignità di ammaestra trice, di educatrice na-
(1) Carducci, Letture del Risorg. it., p. VI.
Il moderno rinnovamento.
zionale, che, se non sempre, eerto nella storia del nostro risorgere a nazione una e libera le compete.
Bene a "ragione osserva altrove il Carducci (1) che a lungo era prevalso e tuttora invaleva al principiare del se- colo XVIII in Italia il pregiudizio che ogni prezzo e gloria dell'ero dizione riponeva nello studio e nella conoscenza dei fatti, costumi, instituti della Grecia e di Roma, che voleva veder l'Italia soltanto vittoriosa e trionfante, e da lei vinta e sottomessa torceva la vista. Che se il Machiavelli e dopo di Ini il Guicciardini ed altri molti avevano dei fatti antichi e dei presenti dissertato, sì da far che la storia, smettendo l'abito della esercitazione retorica o della falsa erudizione, assumesse l'ufficio didattico che meglio le conviene, nessuno però s'era trovato che continuasse presso di noi l'opera co- scienziosa di ricostruzione storica dei periodi barbarici del- l'età di mezzo, pur additata ed intrapresa con singolare in- tuito da Flavio Biondo, forlivese. [1888-1463], nelle tre decadi Historiarum a declinatione Romanorum, da Carlo Sigonio, modenese [1520 o 24?-1584], nei 20 libri De regno Italiae ab a. 570 ad a. 1276, e da Vincenzo Borghini [1515-1580], ne' suoi Discorsi intorno alV origine e ai primi secoli di Firenze.
Bene dell'opera del Biondo s'era valso il Machiavelli, talor compendiandola, talor traducendola, nel I libro delle sue Istorie Fiorentine; e taluno, quali il Caracciolo e il Pellegrino di Napoli [1590-1668], l'Osio, milanese [1587- 1631], avean tentato la pubblicazione dei cronisti medioevali, o trattati particolari periodi di storia delle invasioni barba- riche ; ma la spossatezza penosa, l'arida vanità ch'ebbe per frutto il secentismo, avevano arrestato quel moto di ricerca,
(1) Studio premesso alla nuova ediz. dei R. L S. ; in N. A. 1 maggio 1900, p. 8.
/ precursori.
quel bisogno di dar fondamento scientifico e attendibile alla storia, che ispirò e mosse Lodovico Antonio Muratori.
Solo all'aprirsi del secolo XVIII, mossi, forse e senza forse, dall'esempio degli stranieri (« Un somigliante corpo d'istoria possono mostrarci e i Tedeschi e i Francesi e gli Spagnuoli e gl'In- glesi e Costantinopoli ed- altre nazioni. I soli Italiani poco della lor gloria e comodità curanti, ne sono finora privi (1) >), rinvigoritasi, per il disgusto della vacuità secentista, la cultura scientifica, ritornarono gl'Italiani a quegli studi storici cui avevano dato ottimo, ma troppo breve inizio ; e G. B. Caruso [1673-1724] pubbli- cava la Bibliotheea historiea Siciliae (conte- nente 30 documenti inediti e rari, dall'invasione dei Saraceni al principiar del governo Arago- nese), un anno prima che Apostolo Zeno desse alle stampe [1721] gli Istorici delle cose ve- neziane, ecc. Un'altra opera ben più vasta egli aveva meditata, ed anzi ne aveva già scritto il titolo — Rerum italicarum scriptores hactenus desiderati — al Muratori, fino dal 1699.
Ma poiché nel 1718 lo Zeno era stalo chia- mato alla Corte di Vienna, come poeta cesareo, egli aveva dovuto interrompere gli studi pro- fondi di bibliografia e di storia, per darsi tutto
(1) Muratori: Riflessioni sopra il buon gusto nelle scienze e nelle arti, parte II, capo XIII, citata dal Carducci: Nuova Ant., 1 maggio 1900, p. 4.
10 II moderno rinnovamento.
alla letteratura melodrammatica, senza aver po- tuto trarre a compimento il suo disegno. Lo riprese allora il Muratori.
Lodovico Antonio Muratori da Vignola nel Modenese nato nel 1672, sacerdote nel 1695, versato negli studi di let- tere, di filosofia e di diritto, fu prima bibliotecario alla Am- brosiana di Milano, poi nel .1700 archivista e bibliotecario del Duca di Modena; fu nel 1716 chiamato alla prepositura di S. Maria della Pomposa — e morì nel 1750.
Brudito infaticabile, prodigioso per attività e per larghezza e varietà di cultura, pubblicò molteplici biografìe e commenti critici di insigni letterati, quali il Petrarca, il Castel vetro, Carlo Maria Maggi, il Tassoni, il Sigonìo. Nella ricerca dei materiali storici instancabile, eternò il suo nome con :
le Antichità estensi [1717], scritte in difesa dei diritti del- l'Impero e della Casa Estense su Comacchio, contro le pre- tese della Santa Sede;
Rerum italicarum scriptores praecipui ab anno D ad annum MD [1728-1788], raccolta delle fonti principali della Storia italiana nel M.° E.0, pubblicata con ingente dispendio privato da un sodalizio di dodici cospicui cittadini milanesi, che s'intitolò Società Palatina;
Antiquitates italicae medii aeri [1788-1748], destinate ad illustrare con documenti, diplomi, notizie, la storia, i costumi, le leggi, dal 1000 al 1500 ;
Novus thesaurus veterum inscriptionum [1739-1743].
Compose pure, oltre molte altre opere latine ed italiane :
gli Annali d'Italia [1740-1748] ; purgati e chiari per forma, narrano con scrupolosa verità, ma con sintesi deficiente, e con esposizione poco efficace e scolorita le vicende d'Italia dal principio dell'era volgare al 1749.
Già all'opera sua monumentale — Rerum ita- licarum scriptores — il Muratori avea rivolto
/ precursori. il
il pensiero da tempo e ne avea determinati gli intendimenti e i modi in alcune pagine delle citate sue Riflessioni sopra il buon gusto nelle lettere e nelle arti; già ne aveva raccolto ab- bondanti materiali, quando lo Zeno abbandonò il suo proposito e lasciò l'Italia. Da allora fu l'attività del Nostro raddoppiata ; compiute le Antichità Estensi, quantunque malfermo in sa- lute, egli tanto procedette che nel 1723 si potè iniziare la pubblicazione, continuata poi per 16 anni, di quel meraviglioso tesoro di documenti storici, con pazienza cosi ammirabile rintrac- ciati, commentati con cosi profonda erudizione da costituire «il più gran corpo di storia na- zionale che fosse allora pubblicato in Europa ».
In esso si radunano 116 scritture, tra piccole e grandi, già prima edite, e ben 2000 tra di- plomi, cronache, storie, poemi, statuti, tratti con ogni stento da archivi di famiglie, di città, di vescovati, di monasteri, illustranti le cose d'Italia per tutto il medioevo. Son qui poste in particolare rilievo quelle cronache volgari che per la nudità del racconto erano state sino allora tenute in poca considerazione; è sfron- tato invece, con un senso critico acutissimo, tutto il vano apparato retorico di che altre cro- nache maggiori offuscavano la sincerità della narrazione, tramettendovi favole e leggende, ripetute o ricopiate dall'una all'altra.
Cosi il Muratori meritava la lode che a lui acutamente tributò Cesare Balbo, dicendo aver egli adempiuto « a tutti e tre gli uffici che
12 II moderno rinnovamento.
avanzano la storia d'una nazione : fu gran rac- coglitore di monumenti nell'opera R. L S.; fu gran rischiaratore di punti sforici difficili nelle Antiquitates ; e negli Annali fu scrittore del più gran corpo che abbiamo di storia nostra >.
Scipione Maffei [1675-1755], si poneva per la stessa via con uguali criteri ma con opera molto più limitata; ingegno versatile, operosis- simo anche in altri campi della letteratura, come vedremo, egli con la sua Istoria diplo- matica, illustrando manoscritti e diplomi non ancora pubblicati, dettava le norme per Fuso dei documenti ; e nella Verona illustrata (se- guendo, entro limiti molto più ristretti e di- screti, l'esempio datogli dal suo concittadino Mons. Francesco Bianchini [1662-1729], con l'o- pera colossale e rimasta incompiuta : Storia universale provata con monumenti e figurata con simboli degli antichi) discorreva, con molta copia di notizie e acume critico, di tuttociò che s'attiene alla storia della sua città nativa.
Nello stesso anno 1723 in cui s'iniziava in Milano la pubblicazione del Rerum italicarum vedeva la luce la Storia civile del Reame di Napoli in 40 libri, la più coraggiosa opera sto- rica per que' tempi, e per molti successivi an- cora ; sicché dannata come eretica e scismatica dal S. Uffizio, fruttò al suo autore, Pietro Giannone, non meno gloria che sventura.
Fu il Giannone insigne giureconsulto, nato ad Ischitella in Capitanata, nel 1676. Vittima delle inimicizie e delle op-
I precursori. 13
posizioni suscitate dalla sua Storia, egli dovette nel 1728 ri- fugiarsi a Vienna, donde ritornò in Italia sol quando Carlo III di Borbone, il saggio principe, salì al trono di Napoli [1784]. Ma l'odio della curia papale non gli diede tregua; cacciato da Venezia nelle terre del Ferrarese, quindi a stento fuggito, peregrinava a Parma, a Modena, a Milano, a Ginevra, finché, ingannato, sperò sicuro asilo in Piemonte. Vi fu invece arre- stato, costretto all'abjura delle dottrine professate e detenuto per 13 anni nel carcere della Cittadella di Torino, dove morì nel 1748.
Lasciò egli anche: molte opere di carattere giuridico ;i Di- scorsi su Tito Livio; La Chiesa sotto il pontificato di Gre- gorio Magno e l'Autobiografia, scritta nei dolorosi anni del carcere.
Già nel Triregno, opera rimasta inedita, aveva il Giannone indagate acutamente le vicende sto- riche di tre religioni — quella degli Ebrei, quella di Cristo e quella dei Pontefici — per rivendicare, discutendo i dogmi della Chiesa, i diritti della scienza e del libero esame. Ma molto più efficacemente, con la Storia civile del Reame di Napoli, illustrando non pure le vi- cende politiche, ma le istituzioni e i costumi del regno, rivendicò i diritti della monarchia e della potestà civile contro i privilegi e la pre- potenza ecclesiastica, discussi e oppugnati con larghezza d'esame e d'indagini.
Cosi la storia affrontava già i più ardui pro- blemi del diritto, e s'addestrava a quella mera- vigliosa fioritura d'indagini onde trarrà vanto la seconda metà del secolo, e che fu precorsa dal Gravina, preparata dalla poderosa mente di G. B. Vico.
14 11 moderno rinnovamento.
Gian Vincenzo Gravina, nato presso Cosenza [1664], dotto giureconsulto, che a Roma professò diritto civile e cano- nico, e fa dalla morte [1718] impedito di accogliere l'invito, ri- voltogli da Vittorio Amedeo II, di dirigere l'Università di Torino, fu già nominato altre volte, nella parte a que- sta precedente (1), come insigne letterato e tra i fondatori dell'Arcadia, dalla quale poi si staccò per divergenze con il Crescimbeni. Qui vuol essere ricordato per le sue opere giuridiche e in ispecial modo per il De origine juris, pre- corritore in molte dottrine, dell'Esprit des lois [1748], del Montesquieu, che pur recava per epigrafe : prolem sine maire creatam. Fu pro- posito del Gravina illustrare la genesi del di- ritto, snebbiarne i principi da false, arbitrarie interpretazioni, divulgarne le dottrine in un si- stema chiaro ed ordinato.
Spettava a Giovan Battista Vico rivelare « la divinazione e la scienza delle istorie ».
Egli, nato nel 1668 [1670?] a Napoli, consumata negli studt faticosi della filosofia e delle discipline giuridiche la gracile adolescenza, formatasi la mente con la meditazione di Pla- tone, di Tacito e di Grozio, insegnò giurisprudenza prima a privati suoi alunni, poi all'Università di Napoli; fu istorio- grafo di Carlo ITI, e tra stenti e sacrifici pecnniart trascinò la sua vita fino al 1774, sé e la sua famiglia numerosa sa- crificando al compimento e alla pubblicazione della sua grande opera: Principi di una scienza nuova [1725-86-44]. Lasciò, oltre questa, l'Autobiografia, carmi ed orazioni latine, ed
(1) Parte I, pagg. 255 58-60-77.
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altri scritti sulla filosofia, sulla filologia, sul diritto, ne' quali veniva maturandosi la sua nuova scienza.
Nei' Principi di una scienza nuova intorno alla natura delle Nazioni — manca, o quasi, il valore artistico ; la forma, per la natura stessa dei concetti, nuovi e densi, è involuta, oscura, spesso rozza ; certo ben altra veste seppe darle, traducendola in francese, il Michelet. Ma nella mirabile concezione del Vico prende vita — di sui metodi maturati dal Rinascimento ed applicati dal Machiavelli — una critica affatto nuova, armonizzante la filosofìa e i fatti, la re- ligione e la scienza. Irritato e sdegnoso delle tendenze analitiche trionfanti ai suoi tempi [De nostris temporibus studiorvm ratione], intende egli a ricomporre tutte le scienze in una rigida sintesi, e dallo studio di tutte le manifestazioni della energia umana, lingua, storia, arte, isti- tuzioni, leggi, deduce un'ordinata e graduale evoluzione della società umana in cui segna tre periodi : il teocratico, Yeroico e Yumano, ai quali periodi corrispondono i tre idiomi : il ge- roglifico, il metaforico e Vanalitico, e simboli umani che costituiscono i miti e le leggende.
Lo svolgersi completo dei tre periodi in un popolo é per il Vico un corso; ad esso tien dietro il decadimento di quel popolo, o la sua riforma sotto un despota, o il suo rivivere ac- comunandosi ad una stirpe più giovine, o, fi- nalmente, il suo dissolversi nell'anarchia, per riprendere poi dall'inizio l'antico cammino. Di
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qui la teoria nota sotto il nome di corsi e ri- corsi.
Certo molte delle conclusioni cui il Vico giunse per tal via nuova ed ardita, e di quelle, più ri- gide ancora, cui giunsero i suoi interpretatori, ultimo e sommo nel nostro secolo Giuseppe Fer- rari, hanno oggi perduto valore ed attendibilità ; il Vico non cessa però d'essere il vero fonda- tore della filologia e dello studio filosofico e ra- zionale della storia; poiché primo, per ordire il suo sistema, egli prese a studiare lo svolgi- mento naturale del diritto, del dovere e delle istituzioni civili, primo prese in esame il gra- duale processo delle nazioni nello svolgimento delle lingue, della famiglia, della teocrazia, dei governi tutti, della poesia e d'ogni altra mani- festazione intellettuale; primo finalmente indagò il significato filosofico e storico dei miti, il fon- damento di verità nelle leggende e nelle tradi- zioni, l'origine delle lingue.
Cosi per la prosa storica poteva ormai dirsi quel che per la prosa didattica dopo il Galileo : che di forma d'arte letteraria, essa stava per divenire una scienza cui non mancava né il fondamento dei fatti, né la rigidità logica del sistema.
Per la storia della nostra letteratura av- veniva quasi contemporaneamente lo stesso.
E9sa, iniziata frammentariamente e rozzamente nel seco- lo XVI da Anton Francesco Doni [1518-1574], colle sue Librarie, e dal DELLA Casa colla Vita Tetri Bembi, tro-
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vava migliori cultori nel secolo successivo, il quale annovera nella Istoria della volgar poesia [1697], rifusa poi e com- . pletata coi Commentari nel 1714, di Giovan Mario Cre- scimbeni [1668-1728], il primo vero esperimento di storia letteraria. L'opera del Crescia) beni, ricca di erudizione e di materiali, preziosa per notizie biografiche e bibliografiche, era però deficiente di chiaro disegno e frequentemente inesatta, che ben dice il Tiraboschi che " il Crescimbeni scriveva in un tempo in cui né la critica aveva ancor fatti quei felici progressi che a discernere il vero dal falso erano necessari, ne le biblioteche e gli archivi erano stati ricercati con quella erudita curiosità che ci ha arricchiti in questi ultimi anni di tante e si pregevoli cognizioni „ (1).
A migliorarne i criteri, pur senza francarsi dalla viziosa tendenza enciclopedica, s'applica- rono: Giacinto Gimma, pubblicando nel 1723 la sua Idea della storia dell'Italia letterata, e Apo- stolo Zeno, che doveva iniziare per la storia let- teraria quel che il Muratori per la storia politica. Lo Zeno nel Giornale dei letterati, edito a Vene- zia e durato sotto la direzion sua, poi del fra tei suo Pier Caterino, dal 1710 al 1732, prima vera ri- vista di letteratura in Italia, e nelle sue Lettere, versò tesori di erudizione e di critica, per la fu- tura storia letteraria italiana; e nelle Disserta- zioni Vossìane, corresse gli errori del Vossio, in- torno agli storici latini, nelle Note alla «Biblio- teca dell'eloquenza italiana » di Giusto Fonta- nini, emendò gli spropositi abbondanti commessi
(1) Tiraboschi, Storia della letteratura, voi. IV, p. 354 ; Ve- nezia, 1795.
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in quel tentativo di storia letteraria per generi dal prelato friulano.
Ecco tosto una vera Storia letteraria : quella di Saverio Quadrio [1695-1756], Storia e ragione di ogni poesia; opera nella quale, al dir del Tiraboschi, «alla vastissima erudizione non sempre vedesi corrispondere una saggia critica e un giusto discernimento ».
La preparazione scientifica.
Attività degli studi politici, storici e critici. — Sue cause. — La giurisprudenza civile e criminale e l'economia politica a Napoli e a Milano. — A. Genovesi. — F. Ga- liano — G. Filangeri. — " M. Pagano. — N. Spedalieri. — C. Beccaria. — P. Verri. — Gli studi storici. — G. Giu- lini. — I. Affò. — Gli storici minori. — C. Denina. — La Storia letteraria. — Monografie regionali. — G. Tira- boschi. — Gli studi della lingua.
Il lavorio, cosi felicemente iniziato, di pre- parazione, di rinnovamento del metodo critico, di disseppellimento de1 materiali storici, trovò terreno acconcio a ben rapido fruttificare nel periodo di pace che sussegui al 1748.
Tosto se ne videro gli effetti in quei due stati italiani nei quali più vivace era lo spirito no- vatore dei governanti: il reame di Napoli prima, la Lombardia poi; poiché non fu ultima causa all'attività degli studi politici, storici e critici la reazione — cosi larga per tutto il secolo — contro il potere politico e la preponderanza del elencato, promossa dai principi stessi, o per ambizione, o per necessità di governo, o per
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sentimento di civiltà. Il potere assoluto si tra- sforma in differente maniera nell'ordine reli- gioso e nell'ordine politico; la società laica sempre più viene impadronendosi del governo dello stato e sottraendosi alla società chierica ; questa sente che le sfugge ormai ogni resto di antica preponderanza e fa supremi sforzi per impedire il fatto o ritardarlo almeno ; ma sono sforzi vani e si può dire che sono gli ultimi.
Leccessiva ricchezza del clero, degli ordini ecclesiastici è messa in evidenza e segnata al- l'opinion pubblica come un male e un pericolo. Inutilmente combatte quello strapotente esercito del papato che erano i Gesuiti ; essi non rie- scono che a tirare la tempesta sopra di sé me- desimi ; e negli ultimi 25 anni del secolo si ve- dono i Gesuiti soppressi da un decreto di pon- tefice (Clemente XIV). +
Questa lotta del laicato contro il clero non poteva però compiersi senza gravi perturba- zioni ; tanto più che, contemporaneamente ad essa, nel laicato medesimo cominciava un'altra e terribile contesa: quella delle moltitudini con- tro le classi privilegiate o, con più breve parola, la contesa per l'eguaglianza civile ; onde le questioni dei diritti del cittadino, della unità, giustizia, umanità della Legge, della più facile e meno costosa maniera di esercitarla e farla rispettare, della libertà, della indipendenza dalle straniere signorie, dei diritti dell'uomo.
Indi gli studi sopra le storie civili dei vari slati d'Italia, per difendersi dalle pretese o del
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Papato, o dell'Impero, o di Francia, o di Spagna, indi gli studi della giurisprudenza civile e cri- minale, e quelli della economia politica e del- l'altre positive norme di governo.
« Tale miglioramento , risorgimento e pro- gresso si manifesta nei nuovi stati monarchici, mentre precipita più sempre rapida la degene- razione e degradazione dei vecchi stati aristo- cratici (1) ».
Cosi vedremo il Jlegno di Napoli dare a questi studi, sulle orme del Vico e del Giannone, An- tonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Gaetano Filangeri, Mario Pagano ; cosi nella Lombardia si produrrà, tosto dopo, quel gruppo di statisti, giureconsulti, economisti tra cui massimi il Beccaria e i fratelli Verri.
Gli studi di pubblica economia già avevano avuto a Napoli cultori esimi; di là nel 1613 era venuto, per opera di Antonio Serra di Cosenza, il primo trattato europeo di pubblica economia ; là Bartolomeo Intieri, fiorentino [1678-1757] avea pubblicati i suoi scritti sull'agricoltura, sul commercio e sul cambio; e dall'Intieri ebbe incoraggiamento e occasione ad occuparsi di siffatte discipline Antonio Genovesi [1712-1769] che, costretto a vestirsi prete dal volere del radre, dedicò l'ingegno e l'attività sua all'inse- gnamento della filosofia logica e morale, poi, quando l'Intieri ebbe fondata in Napoli la prima cattedra che s'aprisse in Europa d'economia
(1) Carducci, op. cit. p. Vili.
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civile, primo la copri. Della rispondenza fra gli insegnamenti suoi e i bisogni dei popolo ci è testimonianza una sua lettera nella quale egli ricorda il largo concorso di adulti d'ogni ceto alle sue lezioni, i cento suoi giovani sco- lari, il moto nato da quelle lezioni in città, si che tutti i ceti domandavano libri d'Economia, di Commercio, ecc. <E questo è buon prin- cipio I » (1), scriveva egli, quasi presago del- l'importanza che le sue Lezioni di Commerciò, ossia di economia civile [1765] avrebbero avuto.
Novatore ardito in filosofia e in politica, se, al parer del Baretti, peccò per stile e lingua pedantescamente toscaneggienti, non fu però meno utile alle menti italiane e alla scienza che volle fondata sull'esperienza e sul buon senso e indirizzata a pratica utilità; cosi egli, sinte- tizzando in una scienza i principi pratici del- l'economia, antecipò d'undici anni l'opera di Adamo Smith, lo scozzese fondatore della scienza economica.
Alla scuola del Genovesi e dell'intieri crebbe Ferdinando Galiani [1728-1787], che già nel 1750 dava in luce a Napoli il suo trattato Della Moneta; trasferitosi nei 1760 a Parigi, vi fre- quentò la compagnia de' più illustri Enciclope- disti, e vi compose in francese i suoi -.Dialoghi sul commercio del grano. Ritornato in Italia e dopo aver coperto onorevoli uffici, chiuse, af-
(1) V. la lettera citata in D'ancona c Baccf, Manuale, voi. IV, p. 418.
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flitto da molti acciacchi, la sua vita, triste per l'abbandono degli amici, ma lieto di « aver dato saggi consigli, di aver scritto per la felicità dei suoi* simili > com'egli stesso lasciò in una let- tera a Madame du Bocage. La stessa nobile soddisfazione egli aveva provato nei primi passi della sua vita, quando, concludendo il libro sulla Moneta, affermava : « Considerando io meco stesso d'avere in parte adempiuto ai mio dovere, scrivendo di materia utile al ge- nere umano, sento tanta letizia nell'animo, che qualunque sia per essere l'evento dell'opera, dal solo averla fatta mi stimo abbastanza ri- munerato >.
Gaetano Filangeki fu però colui che in più breve vita doveva stampare nella scienza poli- tica più larga orma di sé.
Ne' trentasei anni della sua vita [1752-1788], dedicatosi, quantunque di nobilissima stirpe, agli studi dell'avvocatura (eran tempi e luoghi in cui il nobile che si dava all'esercizio d'una professione che non fosse quella dell'armi si degradava), a 28 anni, pur fra le brighe e le cure della Corte, dava alle stampe i due primi libri della Scienza della legislazione, indi a poco il terzo, e il quarto. La morte, procurata forse dall'eccessivo lavoro, lo colse a mezzo dell'opera, di cui ri- mangono solo quattro libri e del quinto alcuni frammenti, nulla degli ultimi due, tranne l'argomento.
Nella sua Scienza della legislazione, propo- stosi d'abbracciare in una vasta sintesi tutte le forme del vivere civile, il Filangeri pone io scopo della legislazione nella conservazione e
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nella tranquillità sociale (1. I), ne ricerca poi le norme: in rapporto con la popolazione e con la ricchezza (1. Il); nella procedura e nella legge criminale (1. Ili); nei riguardi dell'educazione, dell' istruzione e del costume (1. IV). I fram- menti del libro V s'occupano della religione, il VI ed il VII avrebber discorso della proprietà e della famiglia.
Imperfetta nella forma, teatralmente enfatica talora, quest'opera ha molli errori che la scienza giuridica è venuta poi a mano a mano ponendo in luce; ma è opera di concezione potente e del tutto originale, quantunque riveli nell'autore larga af- finità di pensieri coi filosofi francesi, e in ispecie con il Montesquieu, che già nel 1748 aveva pub- blicato in Francia YEsprit des lois. Né il valore della Scienza della Legislazione sfuggi ai con- temporanei ed ai posteri : il Re di Napoli ne pre- miava l'autore con una pensione; Franklin ne tesseva larghe lodi; la costituente francese l'a- veva presente nel riformare le leggi .di Francia; la Repubblica adottava, per singolare beneme- renza, la vedova ed i figli del Filangeri, esuli da Napoli; gli Stati Uniti d'America, scioltisi dalla sudditanza all'Inghilterra, nell'opera del legista napoletano attingevano ammaestramenti per la migliore forma di governo.
In quella stessa feroce repressione dei moli na- poletani del '99, che fruttò alla vedova del Fi- langeri l'esilio, trovò la morte sul patibolo Mario Pagano, appena cinquantenne [1748-1799]. Altro fra gli scolari del Genovesi, egli, fra gli studi
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letterari (con uno de* quali, un epicedio, pianse la morte del Filangeri), l'esercizio dell'avvoca- tura e Tinsegnamento all'università, pur trovò lena a dar mano a Considerazioni sul processo criminale, e a Saggi politici dei principi, pro- gressi e decadenza delle società.
Integro cittadino, continuatore delle dottrine del Vico, scrittore corretto ed efficace, egli par- tecipò anche ai moti politici del suo paese, fu chiamato a redigerne la costituzione repubbli- cana, e fu .condotto all'estremo supplizio per scellerata violazione dei patti al rientrare del Cardinale Ruffo in Napoli.
Nel resto d'Italia era scarso il moto degli spiriti verso queste alte ed umanitarie specula- zioni ; ed a ragione lamentava il Galiani nel 1750 : € mi duole però e mi affligge che mentre
i regni di Napoli e di Sicilia risorgono il
restante d'Italia manchi sensibilmente di giorno in giorno e declini ! > (1).
A Roma un solo, siciliano di nascita, Nicola Spedalieri [1740-1795] osò, filosofo ardito e li- berale, ad onta degli impacci che la curia ro- mana poneva alle espansioni del libero pensiero, dettar due libri, precorritori delle dottrine della rivoluzione francese.
Questo allievo del seminario dei Gesuiti di Monreale, nell'Arte di governare [1779] pro- clamò il principio: «allora essere perfetto un governo quando chi vi presiede fa suo interesse
(1) Conclusione del libro Della Moneta.
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l'interesse della società, e quando a questo in- teresse della società quello di ogni privato è strettamente congiunto > (1), preparando cosi la dottrina del Romagnosi. Ne / diritti deW uomo [1791] egli, pur cercando di conciliare le sue idee con le vedute della Curia, mostrò di voler infondere negli individui e nei popoli più ele- vata coscienza e nuovo spirito pubblico, difen- dendo i diritti dell'uomo contro il fanatismo dei despoti e domandando alla scienza la costi- tuzione del diritto umano e l'affermazione po- litica della sovranità popolare (2). Lo sforzo della conciliazione fu vano ; e lo Spedalieri perde la vita a 55 anni, vittima forse di veleno, certo della guerra atroce mossagli dai suoi nemici.
In Toscana pochi nomi, e d'importanza e di attività più paesana che nazionale o civile; bisogna, per trovar l'eco delle discipline eco- nomiche del mezzodì, salire nell'alta Italia.
A Milano fu veramente « il lievito della tra- sformazione e il nocciolo della innovazione ».
Dal carcere piemontese Pietro Giannone avevav lanciato agli Italiani il grido marziale: « I prin- cipi italiani restituendo ne* loro popoli la
prisca militar disciplina, vedran l'Italia sottratta da servitù e ritornata all'antica gloria, facendo si che i loro sudditi abbiano il pregio ed ilpia-
(1) Introduz. all'Arte di governare.
(2) Cfr. Nel primo centenario della morte di N. Spedalieriì per cura di G. Cimbali. Roma. Bocca, 1899.
La preparazione scientifica.
cere di obbedire ai principi nazionali > (1), e aveva accennato al Piemonte e alla casa di Sa- voia come a forza e speranza d'Italia. A Milano, donde doveva partire l'incendio della reden- zione italiana, Cesare Beccaria e Pietro Verri € promovevano e appoggiavano le riforme più essenzialmente utili, più moralmente efficaci, più altamente umane ».
Il Beccaria, nato a Milano nel 1738, studiò a Parma, fu a Parigi e ne ritornò nel 1766, venendo ad occupare a Mi- lano una cattedra di Scienze camerali e vari uffici ammini- strativi. Mori nel 1794.
Lasciò, oltre al celebre opuscolo Dei delitti e delle pene, scritti minori : Elementi di economia politica, Ricerche in- torno alla natura dello stile, ecc. ; e collaborò nel periodico il Caffè.
Se la scienza poteva col suo lume benefico di- leguar molte superstizioni che ancor rimanevano dai tempi di mezzo, ben altramente radicate erano nelle leggi quelle forme di procedura che avevan avuto origine nei tempi della più tene- brosa barbarie. Modi crudeli e arbitrari nell'i- struttoria de' processi, sproporzione tra la colpa e il castigo, la violenza corporale eretta a legai mezzo di punizione, la tortura adoperata come strumento a strappar la confessione di imma- ginarie colpe, tuttociò era nei metodi d'ammi- nistrazione della giustizia ammesso e sancito
(1) Discorsi storici e politici sopra gli annali di LiuiOj in Letture del Risorg., p. 8.
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da secoli, né il rispetto della vita, della perso- nalità umana pareva diritto nei colpevoli o nei presunti tali.
Simili avanzi di barbarie suscitarono tale ri- volta nella coscienza civile dei Beccaria, di questo taciturno all'eccesso, esitante, proclive alPozio, amantissimo della quiete, disposto a di- fendere l'umanità, ma non certo « ad esserne il martire >, come egli stesso ebbe a dire, che gli ispirarono il libro più audace e più vasto, più fortemente pensato e più rioco d'originai vigoria di stile, pur enfatico, che mai fosse uscito, in fatto di riforme alla legge criminale e repres- siva.
li trattato Dei delitti e delle pene è il frutto dell'intellettuale sodalizio del Beccaria con Pietro Verri, col fratello di lui Alessandro, col Secchi, con l'astronomo Frisi e con gli altri ingegni che fondarono il Caffé, periodico trimestrale milanese, in cui dal giugno 1764 al maggio 1766 si venner discutendo e diffondendo molte delle dottrine degli Enciclopedisti francesi.
Nella conversazione con quegli egregi, per l'influenza di quelle dottrine, venne maturando e sbocciando tutto quel complesso organico di riflessioni e di precetti che altri giustamente defini «il codice della morale politica di tutti gli Stati e di tutte le Nazioni > ; tale divenne infatti in breve — anche nella pratica applica- zione — il libro del Beccaria : l'Austria, la To- scana, la Russia, più tardi la Rivoluzione fran- cese, fecer proprie le teorie del Beccaria, quasi
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colle stesse sue parole, e la tortura potè da quel momento dirsi abolita negli stati civili ; meraviglioso progresso della civiltà, che farà il nome di questo nostro italiano riverito e caro fra quelli dei benefattori dell'umanità.
Fu men pregevole del contenuto la forma, per l'enfasi, per la frequenza de* gallicismi, per lo stile talor sentimentale e immaginoso, più che ad un'opera scientifica non si convenga.
La luce che il libro Dei delitti e delle pene irraggiò sul Beccaria, fece meno notate altre sue opere d'indole economica e letteraria, e specie le sue : Ricerche intorno allo stile, dove egli talor precorre le dottrine manzoniane, con- cludendo essere perfetto quello stile, che esprime sensazioni più vivaci e più numerose idee col- legate insieme da un più intimo principio di associazione (1).
Le stesse opinioni letterarie, le stesse dottrine politiche e morali veniva propugnando sulle colonne del Caffè, di cui era principal collabo- ratore, e nelle sue opere, un altro illustre lom- bardo : Pietro Verri [1728-1797], che superò l'amico suo per la risolutezza e l'energia del carattere, per la forza di convinzione con cui sostenne il suo apostolato morale e civile, negli Almanacchi allegorici con cui flagellò pregiu- dizi e corrotti costumi, negli scritti economici Sul tributo del sale, Sul commercio del grano, ecc.,
(1) Cfr. T. Cokcari, Il Settecento, in St. lett. d'Italia, Val- lardi, Milano, p. 211
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negli articoli d'arte o di vita pratica del Caffè, nelle opere morali e nelle Osservazioni sulla tortura, che ribadivano a 13 anni di distanza [1777] le dottrine, svolte dall'autore Dei delitti e delle pene.
Al Verri spetta inoltre particolar lode per aver divinata ed augurata ricongiunta in una sola famiglia la gran patria italiana, al ricordo della quale richiamava spesso i suoi concitta- dini, rimproverando loro lo stolto regionalismo € la veracità ingenua, la carità verso la patria, l'amore del giusto, l'entusiasmo nobile del vero, ogni slancio di un amore buono ed energico scomparsi ; la sommissione e l'avvilimento coo- nestati con l'onorevole nome di prudenza » (1).
Dopo aver combattuto per l'Austria controia Prussia, poi aver servito a Milano, dal 1760, lealmente nelle pubbliche amministrazioni l'Au- stria prima, Napoleone poi, senza rinunciare però mai alla sua indipendenza di giudizio e senza mai trascurare gli studi suoi prediletti, il V., negli ultimi anni della sua vita, si dedicò tutto alla sua Storia di Milano, di cui aveva pub- blicato il primo volume nel 1783; condusse a termine il secondo ; il terzo, interrotto per la morte di lui, fu tessuto e pubblicato postumo, da Pietro Custodi, sui preziosi materiali rac- colti dall'autore.
Quest'opera che, completa, vide la luce solo
(1) Cfr. anche sul Verri le belle pagine di T. Concari, op. cit. p. 212 e segg.
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nel 1825, con libera penna dipinge i tempi quali furono, la gloria e l'avvilimento, i vizi e le virtù del popolo, e saviamente congiunge la critica airimparzialità e naturalezza del racconto; di- mostrando il frutto che avevan recato gli am- maestramenti del Muratori e del Vico, gli esempi del Giannone e del Maffei.
Invero dopo essi fu una gara per illustrare la storia patria, per ripurgarla dalle favole, colmarne le lacune, correggerne gli errori, con un lavorio minuto, analitico, parziale, in cui ogni paese d'Italia ebbe i suoi cultori, perchè la vita politica in Italia era stata ed era ancora regionale.
Tale opera fu sommamente benefica, poiché la conoscenza esatta delle particolari storie delle Provincie italiche nelle loro lotte, e della conse- guente miseria e servitù della nazione intera, infiammò gli Italiani a conquistare la libertà, per mezzo dell'unità.
" Il lavoro ferve in ogni parte della penisola, le composi- zioni storiche, le monografie^ memorie, dissertazioni erudite, in latino e in italiano, si moltiplicano, molte volte incom- piute, insufficienti nei metodi e nella critica, né sempre con severa esattezza di notizie; ma non prive di valore per chi sa quanta luce derivi da queste storie particolari alla uni- versale cognizione di un popolo „ (1).
Ecco a Milano il patrizio Giorgio Giulini [1714-1780], letterato e poeta drammatico non ispregevole, dedicarsi, sulle orme del Muratori, a raccogliere con diligenza e minuzia
(1) Concari, op. cit. p. 185.
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persino eccessiva in nove grossi volumi Le memorie della città e della campagna di Milano nei secoli bassi, com- pletando per i secoli dall' Vili al XIV il materiale che do- veva servire per la storia del Verri.
Ecco il padre Ireneo Affò [1741-1797], anch'egli letterato e poeta, compiere, tra innumeri opere storiche e letterarie, la Storia della città di Parma e Della città e del ducato di Guastalla, con grande abbondanza di documenti e memo- rie inedite.
Già Girolamo Tartarotti [1706-1761] aveva narrate le Memorie Antiche di Rovereto; tosto il Savioli compieva simile ufficio per Bologna, il Tiraboschi per Modena, il Galluzzi e il Pignotti per la Toscana, Giovan Fran- cesco Galeani Napione per il Piemonte, ehi voglia nomi- nare solo i maggiori.
Cosi si veniva compiendo il lavoro prelimi- nare alla vera Storia d'Italia, quella cioè che, secondo il consiglio del Bettinelli, nella sua Introduzione sopra lo studio della storia, dal- l'analisi minuta e parziale si levasse ad indagine più ampia, sintetizzando il frutto di quelle ri- cerche, raffrontando i fatti, spiandone « l'origine, i progressi, l'esito, i motivi, le cagioni, le cir- costanze ». Primo si provò a tale arduo com- pito Carlo Denina.
Questi, piemontese, nato nel 1781, professò eloquenza ita- liana e lingua greca all'Università di Torino ; abate, fu in- viso alla Curia per lo spirito suo liberale, che gli valse anche ecclesiastiche punizioni ; scrittore facile, se non sempre puro, egli s'occupò assiduamente di lettere, pubblicando un Di- scorso sulle vicende della letteratura e Saggi sulla lettera- tura italiana, scozzese e tedesca, che gli valsero troppo acerbo biasimo da parte del Baretti. Morì nel 1813.
La preparazione scientifica. 33
L'opera sua principale, Delle rivoluzioni d'I- talia [1768-1772] dalle origini etnische fino alla pace di Utrecht, ha certo oggi perduto al tutto o quasi il valore che le attribuirono i contem- poranei e che la fece tradurre in quasi tutte le lingue europee. Altri più valenti, primo il Si- smondi, hanno saputo dopo il Denina, con più acuto sguardo, con maggiore rigidezza e chia- rezza di sistema, leggere per entro le pagine della storia nostra, e con minor prolissità tes- serne la narrazione. Non si può tuttavia negare al Denina il pregio d'aver saputo trarre, dal ma- teriale abbondantissimo ma ancora sparso che i suoi predecessori, dal Sigonio al Muratori, gli avevano apprestato, uno studio complesso e in molti punti organico delle vicende nostre civili, notevole specialmente nella parte che studia il risorgere della civiltà dai Comuni al 700, nei suoi diversi fattori, fra i quali importante è il fattore economico.
La Storia letteraria non rimase addietro alla civile; che tutti o quasi gli scrittori fin qui nominati, se più giustamente meritarono men- zione nei campo della disciplina storica ci- vile, furono però ad un tempo letterati più o meno egregi; e per opera loro e d'altri la storia letteraria ebbe rapido progresso, pro- cedendo dalle ricerche e dagli studi parziali verso quella méta cui già s'erano arditamente cimentati a toccare il Crescimbeni e il Qua- drio.
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Di qui una profluvie :
di monografie regionali: Biblioteca sicula del MONGITORE [1663-1748], gli Scrittori Parmigiani, del padre AFFÒ, gli Scrittori Bolognesi del padre ORLANDI, i Let- terati Vicentini del GIORGI, gli Scrittori Ravennati del GINANNI, gli Scrittori Ferraresi dei due BAROTTI, ecc.
di opere biografiche: le già citate del Muratori, la Vita di Jacopo Sannazzaro del VOLPI, quelle dei Tasso padre e Aglio, del Poliziano, di J. Mazzoni per opera del Serassi, le autobiografie del Martelli, del Vico, del Giannone, di Carlo Gozzi, ecc., e finalmente il Diziona- rio Degli Scrittori d'Italia compiuto solo fino alla lettera B, da G. M. Mazzucchelli, bresciano [1707-1765];
di monografie critiche: Difesa deU' Aminta di T. Tasso per G. Fontanini, Lezioni sopra il Boccaccio e Dissertazione sopra la Commedia di D. per G. BOTTARI, Storia del Decamerone per D. MARIA Manni [1690-1788], il Saggio dell'eloquenza, la Dissertazione sopra Dante, le Lodi del Petrarca, le Lettere Virgiliane del P. Saverio Bettinelli [1718-1808], ecc.
In queste opere molto è certo di inesatto, che la critica è venuta poi rettificando, evidente è la tendenza enciclopedica ancor viva, empirici i criteri che sovrintendono alle distinzioni ed alle classificazioni ; ma è abbondante la messe di riscontri, di notizie bio- p bibliografiche.
Mancava solo chi sapesse riunire, se non fon-- dere e vagliare, si vasto e disparato materiale in un'opera ordinata ed armonica ; il continuatore del Crescimbeni e del Quadrio fu Gerolamo Tihaboschi.
La preparazione scientìfica. 35
Nato a Bergamo nel 1781, egli condusse fino al 1794 una vita che per istraordinaria attività può raccostarsi a quella dtl Muratori. Gesuita, erudito e letterato, dalle scuole di Brera in Milano, dove insegnava eloquenza, passò a Modena bibliotecario dell'Estense, che a lui va debitore del suo or- dinamento, e del suo rapido crescere di valore e d'impor- tanza. In Modena compose la sua opera massima, a Modena dedicò gran parte della sua operosità, di cui furon frutto : la Biblioteca Modenese, le Memorie Storiche dei Ducati di Modena e Reggio, il Codice diplomatico illustrato con note, la Storia della Badia di Nonantola.
La sua Storia della Letteratura Italiana pub- blicata dal 1770 al 1780, prendendo le mosse, per la solita smania di generalizzare, dagli Etruschi, tesse fino al secolo XVIII il quadro della nostra produzione letteraria, o meglio della nostra coltura, considerata e divisa secondo i vari generi di studi (filosofìa, matematica, giu- risprudenza, poesia, ecc.).
Certo il disegno è elementare, il senso critico scarso, al tutto deficiente il giudizio estetico delle opere. Il Tiraboschi è uno storico nel più rigido senso della parola cosi per la forma, schiva da ogni ricercatezza accademica, come per l'esattezza delle notizie, la critica dei fatti, in una parola la verità della narrazione dive- nuta può dirsi, la sola sua preoccupazione; si che bene potè il Foscolo definire l'opera sua un « archivio ordinato e ragionato di materiali, di cronologie, documenti e disquisizioni per servire alla Storia della Letteratura d' Italia » ; ma di quanta coscienziosità ed instancabilità di erudito
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non diede prova il Tiraboschi, quanti errori non corresse egli, quante controversie non risolse con minuziosa analisi ! *
Kisorgeva intanto e pareva destinata ad avviarsi, dopo ra- pida — se pur violenta — contesa, a prossima soluzione la controversia della lingua.
A tale si era che, mentre l'Italia aveva dato all'Europa, ammirata e pur barbara ancora, i capolavori del genio me dioevale con Dante, il Petrarca, il Boccaccio; all'Europa an- cora letterariamente balbettante, degli inizi dell'evo moderno, opere quali l'Orlando Furioso, o le Istorie Fiorentine, la Ge- rusalemme o la nitida prosa galileana; a tale si era, per la sgraziata configurazione geografica nostra, per le più sgra- ziate vicende politiche, da dibattere ancora al cader del '700 la stessa questione come agli inizi del '500, quasi potrebbe dirsi come nel De vulgati eloquio di Dante: quale forma dovesse avere la lingua nostra, se toscana o fiorentina si dovesse chiamare o, come talun volle, Senese (1), a qual fonte si dovesse attingere, se ai pochi scrittori trecentisti che la Crusca aveva battezzato come soli maestri di s lingua, o alla lingua viva del popolo! Galileo scriveva già le sue opere, mirabil prova di ciò che potea la lìngua nostra,' quando la Crusca pubblicava la prima edizione del suo Vocabolario [1612] ; già il Tassoni aveva nella Secchia rapita e altrove beffeggiato le preziosità dei Cruscanti, da lui battezzate " barbare, stravolte, rancide e rugginose „ quando usciva la seconda edizione della Crusca [1623|.
Tanto più doveva rinascere la questione ora che3 colle idee filosofiche degli Enciclopedisti francesi, anche lo stile, i modi, le espressioni di quel paese s' erari trapiantate in Ita-
ci) Cfr. Gkkolamo Gigli senese, Vocabolario cateriniano, (tratto dalle opere di S. Caterina da Siena), 1717.
La preparazione scientìfica. 'M
lia, imbarbarendo, imbastardendo la lingua e lo stile dei nostri ottimi pensatori, dal Filangeri al Gali ani, dal Verri al Bettinelli.
Cosi si preparava nuova esca all'incendio, che doveva tra poco scoppiare vivace nelle dispute del Cesarotti e del Cesari, dei puristi e de' loro avversari.
§ III.
La rinnovazione poetica.
La lirica melica. — T. Crudeli. — Il Melastasio e il Rolli.
— Il Frugoni e il Casti. — L. Savioli. — A. Bertela. — G. G. de' Rossi. — G. Vittorelli. — Petrarchisti e imita- tori di Dante. — A. Varano. — Anticlassicisti. — S. Bet- tinelli. — G. Gozzi. — P. Baretti. — L'epica didascalica.
— La poesia giocosa. — La lirica classica. — G. Fan- toni. — La favola.
In tanto fervore di studi eruditi non si affie- volì al tutto, tra le svenevolezze e le smancerie d'Arcadia, la Musa italica. Il periodo precedente che n'era stato invaso, che ne aveva traman- dato l'eredità a quello di cui stiamo occupan- doci, aveva pur dato il primo tra gli avversari della fiorente Accademia in Tommaso Crudeli [1703-1745], queslo «epigono della men cattiva scuola del secolo XVI II per la tempera dell'a- nimo e per l'educazione toscana dell'ingegno » come lo definisce il Carducci, che mise in pa- rodia le svenevolezze arcadiche.
Bentosto nell'Arcadia si potè distinguere il pecorume che ostentava la vacuità insipida e scolorita dell' ingegno come precipuo fattore
La rinnovazione poetica. 39
della poesia, dai pochi che, pur non levandosi ad alto volo, piacquero ai tempi loro e piac- ciono tuttavia a chi sappia e voglia giudicar gli scrittori con le idee e i sentimenti ad- essi, non a se, contemporanei.
Piacquero, ed ancor piacciono, il Metastasio e il Rolli, i due corifei della canzonetta, quello chiaro e facile dipintore di affetti tenui ma fini, delicati e spontanei, questo di lui più elegante e aggraziato, più vario nel ritmo, riduttor nella nostra lingua di metri latini, padre di due nuovi metri : la cantata lirica e la ehanson à boire, ambedue dedotti di Francia (1).
Meno invece pregiati il Frugoni e il Casti [1721-1803], che « ritraggon più tosto il sensua- lismo spolpato e i visi impiastricciati, e le te- stine cirrate e incipriate dei cavalieri e delle dame del settecento (2) » trascurati nella versi- ficazione, cascanti nello stile, affettatamente semibarbari nella lingua; pur non manca al primo tra essi una tal quale fantasia colori- trice, e il facile maneggio dell'ottonario all'uno e all'altro, e al secondo una certa pulizia di lingua.
Ma ecco, migliori certo, il Savioli e il Ber- tela, ecco il De Rossi e il Vittorelli.
Ludovico Savioli, bolognese [1729-1804], che attempato compose gli Annali di Bologna già
(1) Cfr. Prefaz. di G. Carducci ai: Poeti erotici del secolo
xvm, p. xxxvi.
(2) Carducci, 1. e. p XLIII.
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menzionati, nell'età sua giovenile diede alla li- rica italiana gli Amori, canzonette (e non ana- creontiche né per il contenuto né per il fare, come altri volle) che riscossero si largo plauso, da volersene una quarantina di edizioni in poco più che sessantanni e da meritar gli elogi dei migliori poeti, dal Monti air Alfieri. Nelle sue tenui liriche il Savioli, derivando da Ovidio il molle fascino elegiaco, fu tuttavia poeta origi- nale, ricco di colorito e d'efficacia dello stile, si che il Carducci lo collocherebbe «con assai d'intervallo, ma pur subito dopo il Parini »; fu musicalmente grato all'orecchio il suo metro te- trastico di settenari alternativamente sdruccioli e rimati, che il Parini e il Monti gli presero a prestito per alcune tra le più belle e rapidamente liriche delle loro odi.
Aurelio Bertòla riminese [1735-1798] può dirsi prenunziatore del romanticismo.
Alternò la sua vita fra l'insegnamento e la poesia, volga- rizzò Orazio, imitò il Young, insegnò storia e geografia, pubblicò Poesie campestri e marittime, Saggi sulla poesia alemanna, dalla quale prese il suo colore romantico, Lezioni di Storia, tre libri Delta filosofia della Storia, Favole de- scrittive de' suoi viaggi sul Reno ed in Isvizzera, ed altre prose e liriche fra le quali un elogio del Gessner, altro poeta romantico tedesco, che con amore studiò e tradusse. Morì consunto a 46 anni.
Studioso e critico di vaglia, il Bertòla fu an- che tra i più notevoli poeti del suo tempo. Nella sua poesia senti lo strano amalgama
La rinnovazione poetica. 41
dell'ammirazione per l'Young e per il Frugoni, del culto per il Gessner e per il Metastasio; le sue liriche erotiche, quantunque raffinate e scor- rette ad un tempo nello stile, nondimeno hanno qualcosa di nuovo, per l'efficacia descrittiva, e per quell'impronta di sentimentalismo inusato in Italia, che talor degenera in oscenità.
Giovan Gherardo de' Rossi, romano [1754-1827], archeologo e commediografo, amante di pittura e di poesia, d*arte antica e moderna, oltre a scritture artistiche e archeologiche, ad una sto- ria del teatro e a molte commedie, pubblicò favole e liriche molte, le quali ritornan per la forma metrica al Chiabrera, ad Anacreonte per lo spirito e per la breve ed arguta invenzione. Sono specialmente notevoli gli Scherzi pittorici e poetici, dove ogni lirica è illustrata da vi- gnette che l'autore stesso immaginò e disegnò.
Giacomo Vittorelli, bassanese [1749-1835J, ul- timo tra i poeti, al dir del Garrer, che rappre- sentassero l'indole lirica del secolo XVIII, fu popolarissimo per le sue anacreontiche e per l'altre sue rime. Alternando strofette erotiche a sonetti sacri, il Vittorelli dichiarava i versi amorosi da lui composti esser semplice giuoco di fantasia, non frutto d'ispirazione ; ma fu ar- guto, elegante, accuratissimo e di larga spon- taneità nella lingua e nello stile, in molte liri- che eletto nelle immagini, e lontano dallo stile tradizionale del settecento. Si che il Tommaseo potè dire che la maniera anacreontica d'Arca- dia « finisce in un uomo (il Vittorelli) che V ha
42 li moderno rinnovamento.
con la gentilezza dell'animo suo ringentilita e condotta alquanto sulle orme dell'antica ca- stità. »
Mentre cosi si trasformava, ravvivandosi, con l'Arcadia, la lirica melica, una radicai muta- zione avveniva anche nel resto della poesia.
Il culto ragionato e ravvivatore dell'arte trecentista, sostituendosi air imitazione pura- mente formale di Dante o del Petrarca, e ai tentativi di tener viva la poesia didascalica alla foggia cinquecentista, o il ditirambo del sei- cento, cancellava finalmente le restanti traccie del petrarchismo, con l'ultima eco delle canzoni di Eustachio Manfredi [1674-1739], e di France- sco Maria Zanotti [1699-1777J; n'erano ormai ristucchi e pubblico e letterati, si che il Fru- goni definiva i petrarchisti « imitatrice immensa turba », che
• Del maggior Tosco pochi sensi, e poche Ricerche parolette, e scelti modi Mal ne' suoi versi dilombati, e d'arte Voti e di genio, a gran fatica intesse (1) „.
Il simile accadde della superficiale imitazione di Dante; di cui son ultimi accenni i Capitoli di Scipione Maffei, la cantica sulla Provvi- denza di Gaspare Leonarducci [? — ?] il poe- metto sullo stesso argomento di Gaspare Gozzi, e i sonetti di Onofrio Minzoni [1734-1817], nella loro solennità sonora.
(1) Versi sciolti di tre eccellenti autori: Al signor Conte Aurelio Bernjehi.
La rinnovazione poetica. 43
Migliore fu Alfonso Varano, camerinese [1705- 1788], con le sue Visioni, che gli valsero ai suoi di il nome di Dante redivivo; esse, pur non avendo della Commedia lo spirito, ma solo il motivo e un certo colorito esteriore, servi- rono come correttivo, nella sostenutezza e gra- vità decorosa del verso e dell'andamento, alla mollezza arcadica, e contribuirono a ravvi- vare, anche nella sua parte feconda, il rifio- rente culto dantesco, contro l'acerba guerra che d'altronde gli si moveva.
L'anticlassicismo ebbe a suo capo Saverio Bettinelli [1718-1808], ingegno acuto ma pa- radossale, che sfiorò tutti i campi della let- teratura e, dopo aver pargoleggiato cogli Ar- cadi, tentò emulare il Frugoni e l'Algarotti nella sonorità degli sciolti. Egli, pubblicando nel 1757, col pomposo titolo di Versi sciolti di tre eccellenti autori, gli sciolti propri con quelli del Frugoni e dell'Algarotti, vi preponeva dieci lettere dette Virgiliane. In esse Virgilio , dai Campi Elisi, sferzava poeti moderni ed antichi, proponendo l'ostracismo per le nostre massime opere, fra le quali tutte quelle degli antichi o contemporanei di Dante, novantacinque canti della Commedia, da relegarsi tra i libri di eru- dizione, un terzo del Canzoniere, tutta o quasi l'opera poetica del Bembo, del Casa, del Co- stanzo, del Guidiccioni e dei cinquecentisti tutti, e andiamo dicendo.
L'ardire paradossale e irriverente di quella pubblicazione mise a rumore il campo letterario;
44 // moderno rinnovamento.
lo dice il Bettinelli stesso nella terza delle sue Lettere inglesi, pubblicate nel 1767 in appoggio delle Virgiliane, che erano state confutate da ben altro e più culto letterato.
Fu questi Gaspare Gozzi [1713-1786], uomo di indole naturalmente buona, d'animo immutabil- mente mite e placido, nonostante le traversie e le angustie, tra le quali condusse la vita. Egli trasfuse un profondo senso di moralità nei suoi Sermoni, che in istile elegante e facile, in lin- gua precisa, in forma orazianamente arguta, ma forse meno efficace per la sua bonarietà, satireg- giano le frivolezze del viver sociale, e del mondo letterato d'allora, nonché le miserie del poeta stesso. Ugual moralità d'intenti civili, e uguale correttezza di forma improntano le altre opere del Gozzi, fra le quali il Mondo morale fu forse la meno efficace, per troppa involuzione d'alle- goria; più vivace e varia opera è la Gazzetta veneta, diretta dal Gozzi fra il 1760 e il 1761, ottimo è YOsservatore, altro giornale cui il Gozzi attese a pubblicare dal 1761 al 1762, proseguendo in esso, con sogni, allegorie, ritratti, novelle, lettere, la blanda sua opera moralizzatrice nella società veneta del suo tempo.
Per la troppa astrazione dei precetti, e V a- buso della parabola, nemmeno YOsservatore è capace di un profondo effetto morale; sicché esso è oggi, più ch'altro, ottimo esempio di bello scrivere in prosa.
Tralasciando d'occuparci delle buone e sem- plici lettere, dei versi petrarcheggianti, o di
La rinnovazione poetica. 45
maniera dantesca, delle rime burlesche e delle opere drammatiche del Gozzi, tutte di scarso valore, è degna di nota la sagace opera di cul- tore delle patrie lettere, da lui compiuta, amo- rosamente studiando l'intento morale e la per- fezione artistica del sommo poeta, e nel 1758 pubblicando ih risposta al Bettinelli il suo : Giudizio degli antichi poeti sopra la moderna censura di Dante, ingiustamente attribuita a Virgilio. In essa il Gozzi facea concorrere clas- sici letterati antichi ed italiani ad una difesa amorosa e sagace del divino poeta, conchiu- dendo con una lunga e calda orazione di Tri fon Gabriele a sostener il retto discernimento d'arte dell'Alighieri, e una favola d'Aristofane a di- mostrarne il buon gusto.
La critica ebbe in quel secolo un più forte campione, non eccessivo come il Bettinelli, né troppo misurato e blando come il Gozzi.
Giuseppe Baretti [1716-1789], piemontese, edu- catosi con una lunga dimora in Inghilterra ad una libertà di pensare ignota agli scrittori ita- liani di quel tempo, ma talora eccessiva, entrò nell'arringo letterario come critico e fustigatore di vizi, veri od immaginari, nelle Lettere fami- gliari ai fratelli, e sotto la veste di Aristarco Sgannabue.
La Frusta Letteraria, giornale di cui il Ba- retti cominciò con quel pseudònimo la stampa nel 1763, continuandola con interruzioni fino al 15 gennaio 1765, in una lingua spoglia di fron- zoli e spigliata fino ad esser talvolta trascurata.
4G 11 moderno rinnoo amento.
in uno stile nervoso, asciutto, sincero fino al- l'inurbanità, offri all'autore il mezzo di sma- scherare, con una serie di recensioni d'opere letterarie, storiche, filosofiche, i vizi letterari dell'età sua. I giudizi sono raramente informati a principi generali d'arte, non sempre giusti, or troppo severi, or troppo indùlgenti, e il ter- ribile critico andò spesso oltre il segno, col Bettinelli dividendo l'odio sistematico per tutta o quasi la produzione nostra letteraria dal tre- cento al secolo XVIII. Tuttavia la Frusta fu sa- lutare rimedio per molti malanni che contami- navano la lingua e la letteratura d'Italia, e colia invettiva bollò la ricercatezza eccessiva e l'ec- cessiva e affettata sdolcinatura di espressioni in voga a quei tampi, soffocando col sarcasmo l'Arcadia e i suoi smascolinati poeti ; il Baretti praticò e predicò la sincerità del pensiero, la maschia vigoria della forma, la parola sponta- nea, libera dalle pastoie della pedanteria fossi- lizzatrice, agile e prónta ad accoglier, dovunque le trovasse, le forme adeguate al nuovo e vario atteggiarsi delle idee, all'evoluzione della ci- viltà, al progresso scientifico e morale.
Tra siffatto agitarsi di polemiche, anche talora virulente, due vantaggi s'ebbero: e fu primo il riviver del culto dantesco, risvegliato e reso in pari tempo più prudente e illuminato, dagli astiosi attacchi di cui era stato oggetto ; tanto che potrebbe dirsi aver il Bettinelli e i suoi toc- cato il segno opposto alla lor méta.
Secondo vantaggio fu che venisse affrettato,
La rinnovazione poetica. 47
reso completo ed irrevocabile il tramontare di quei generi letterari che ormai vivevano d'una vita stentata e anacronistica, tra l'addensarsi delle nuove idee, dei nuovi gusti, del nuovo in- dirizzo scientifico.
Vide cosi la seconda metà del settecento le ultime prove della poesia didascalica, con la Coltivazione del riso di G. B. Spolverini [1695- 1762], e con V Uccellagione di Antonio Tirabosco [1707-1773J. Né a ravvivar questo genere valse il tentativo di adattarlo a quel prodigioso moto scientifico che caratterizza, specie nelle scienze esatte, il finir del secolo scorso, e che vanta nomi come quelli del La Grange, del Volta, del- rOriani, delio Spallanzani.
Dei venti e più poemetti didascalici costituenti quella che il Bertana acutamente battezzò Y Arcadia della scienza, si ricorda, oggi, solo YInvito a Lesbia Cidonia di Lorenzo Masche- roni [1750-1800] ; uno scienziato e matematico di grande valore, che ha forse — checché da molti se ne dica — attribuito più fama egli al- l'Invito, di quel che non n'abbia conferita quel poemetto a lui.
Né maggior gloria meritano gli scrittori di poemi e poemetti satirici e giocosi, o di rime facete, tra i quali si rammentano, oggi, soltanto: Gian Carlo Passeroni [1713-1803], autore d'una prolissa vita di Cicerone, in 101 canti; il Casti [1721-1804] epico, il Gozzi e il Baretti, lirici giocosi, ricordati solo perchè furono pregevoli per altre opere.
48 11 moderno rìnnooamento.
Gli imitatori dei lirici classici latini meri- tano maggior menzione, ma fama inferiore a quella di cui godettero fra i contemporanei, e posero argine alle esagerazioni arcadiche.
Vedemmo fra essi il Bertòla, il Savioli, il Vittorelli; aggiungiamoci Agostino Paradisi [1 736-1783 J modenese, lirico oraziano che ravvivò Tode sacra con un certo bagliore di solenni immagini bibliche, tanto che parve ad alcuni, per questa parte, precorritore del Manzoni ; e massimo, Giovanni Fantoni, di Fivizzano [1755- 1807], noto in Arcadia sotto il nome di Labindo, e ai tempi suoi sotto quello di Toscano Orazio, come lo disse l'Alfieri.
Gentile poeta, egli ebbe il merito di calcare felicemente le orme dei poeta Venosino, ripro- ducendone non pure i metri e le immagini, ma l'ordine e il giro e l'intonazione dell'ode; senti e portò nella sua poesia l'incerta e momentosa vita civile e politica de' suoi tempi ; e infine offri il miglior esempio d'adattamento dei metri latini alla strofe italiana, con quello stesso ar- tifìcio che doveva poi cosi sapientemente usare ai giorni nostri il Carducci ; cercando cioè di rendere l'armonia del verso della strofe latina con opportuni aggruppamenti di versi italiani già usitati. Ma gli mancò altezza e vigoria di pensiero poetico.
Ancora si senti l'influsso della poesia latina e greca nella/aoo/a, frutto ad un tempo dell'imi- tazione classica e della tendenza comune a molti ingegni di satireggiare moraleggiando.
La rinnovazione poetica. 49
I favolisti abbondarono quindi, qua! più qual meno aggraziato od arguto, ma nessuno tale che meriti lunga menzione; e favolisti egregi furono specialmente il Gozzi, il Casti, il Passe- roni, il Bertòla, già nominati.
Può dunque dirsi che la seconda metà del secolo XVIII é periodo risolutivo: le vecchie forme della poesia italiana dàn gli ultimi guizzi e tramontano, e la lotta contro gli eccessi del classicismo rapidamente si risolve, tra l'ecces- siva opposizione del Bettinelli, la satira mor- dace ma illuminata del Baretti, la temperanza conciliatrice del Gozzi ; indi alcune forme s' i- stituiscono, transitorie affatto, a cementare il vecchio con il nuovo, che sorge, splendido già all'inizio, con il Metastasio, I'Alfieri, il Gol- doni, il Parini.
Fehhahi.
§ iv.
La poesia drammatica.
Il melodramma, sue origini e svolgimento. — Apostolo Zeno. — P. Metastasio. — L'opera buffa. — La comme- dia. — C. Goldoni. — I suoi emuli, P. Chiari e C. Gozzi — La tragedia. — Le teorie del Gravina, del Martelli, di A. Conti. — La Merope di Scipione Maffei. — I tragici minori.
Il melodramma italiano. Zampillato dal dram- ma pastorale del secolo XVI (1), non meno che dagli sforzi della tragedia pedantesca ed aulica del Rinascimento per prender nella vita delle Corti e del popolo quel posto che fino allora era stato occupato da pompe di prospettive, di macchine, di musiche, di danze, di spettacoli scuciti e solo intesi a sorprendere la vista, per- vade, per tutto il seicento ed il settecento, l'Eu- ropa intera, e giunge sino a noi con alternante trionfo della musica e dell'apparato scenico, o dell'opera letteraria.
Nella sua stessa origine, nelle condizioni del
(1) Vedi Manuale, p. I, p. 261.
La poesia drammatica. 51
teatro quand'esso nacque, il melodramma trovò tosto le cause della sua imperfezione, e della sua scarsa dignità.
La pedanteria dell'imitazione volle conser- vare le liriche e i cori dell'antica tragedia che, però, muti nelle loro ragioni metriche, ritmiche, estetiche, morali si trasformarono in ariette e strofette senza alcfuna relazione col recitativo ; si turbava l'accordo fra l'arte dei versi e quella della musica a tutto profìtto di quest'ultima; l'Arcadia allontanava il me- lodramma da ogni argomento robusto, da ogni passione vibrante; il lieto fine s'impose — ti- ranno inesorabile — all'azione, onde dovettero esulare gli intrecci, e gli episodi tragici, a prò' dei lazzi, delle arguzie, delle buffonate, che il corrotto gusto dei teatri, aveva ornai fatto gra- diti al pubblico. Invece assunsero capitale impor- tanza la magnificenza esteriore della rappre- sentazione, l'ingegnosità dell'apparecchio mec- canico, il vario congegno scenografico, a danno d'ogni possibile unità e verosimiglianza dell'in- treccio.
Solo al principiar del sec. XVIII, con Apostolo Zeno [1668-1750], doveva il melodramma av- viarsi a ricuperare la perduta dignità letteraria. Per lui la decenza e la nobiltà dei caratteri, l'altezza dei pensieri, la robustezza del dialogo e una specie di adombramento dell'antica ve- nustà poetica ricomparvero nel teatro musi- cale; tuttavia la musica trovava impaccio nella qualità stessa delle sue strofe , peccanti ora
52 // moderno rinnovamento,
per durezza nell'accozzamento dei suoni, e nel- l'alternazione dei metri, ora per giochetti di forme, inadatti alla modulazione del canto (1).
Ben presto la fama di Apostolo Zeno corse, con le compagnie di canto italiane, oltr'Alpe, si che egli nei 1718, come già ebbi a dire, veniva chiamato agli stipendi della Corte austriaca, con l'obbligo di scrivere drammi per Le grandi occasioni, e con la provvigione di quattro mila annui fiorini.
Proprio in quell'anno moriva a Roma Gian Vincenzo Gravina, lasciando erede di tutto il suo (75000 lire all'incirca), un giovinetto ch'egli aveva un di, trovatolo per la via e riconosciu- tolo d'ingegno svegliato e di singolare attitu- dine alla poesia, adottato ed educato amorosa- mente. Era questi Pietro Trapassi, cognome che il Gravina grecamente volse in Meta- stasio.
Il giovinetto ventenne, poiché era nato nel 1698, da un bot- tegaio d'Assisi trapiantatosi in Roma, ebbe ben presto dissi- pata nei divertimenti e nei bagordi l' eredità del Gravina, e trasferitosi da Roma a Napoli, s'allogò, per guadagnarsi da vivere, presso un avvocato che però lo vedeva di malocchio attendere più a scrivere sonetti, cantate, canzonette, che a vergar citazioni. Gli Orti Esperidi, primo dramma musicale scritto per incarico del viceré di Napoli, valse al Metastasio una doppia fortuna : la fama di poeta, e l'amore di Marianna Benti-Bulgarelli, detta la Romanina, cantatrice esimia, che
(1) Gfr. P. Metastasio e lo svolgimento del mei. it. per O. Tommasini in N. A., 1 Maggio 1882.
La poesia drammatica. 53
lo prese a proteggere, lo fé' istruir nella musica dal Porpora, e lo condusse seco, come suo poeta, a Roma e a Venezia.
Intanto a Vienna lo Zeno, o solo, o in colla- borazione col Pariati, che era stato colà suo predecessore come poeta di Corte, aveva com- posto numerosi drammi per musica, nei quali il rannobilimento dell'intreccio, della forma, dei fini s'era andato facendo sempre più palese, fa- vorito, oltreché dall'indole naturalmente mo- rale del poeta, dal pubblico nobile e garbato ai quale i melodrammi suoi erano destinati. Ma lo Zeno non era certo giunto a spogliare il melodramma di molti dei suoi difetti: l'intrec- cio non aveva acquistate né la necessaria sem- plicità e verosimiglianza, né vivacità e varietà ; la lingua era irta e dura, il verso cascante e privo di colore.
Quando lo Zeno nel 1728, malato, risolse di tornare alla sua Venezia, all'imperatore, che gli chiedeva chi a lui partente si potesse sosti- tuire, rispose subito : « il Metastasio, il miglior poeta che abbia l'Italia ». Né il giudizio dello Zeno era avventato, che nel frattempo il giovine commesso d'avvocato, aveva conquistato già larga fama con parecchi drammi, coronati da lieto successo ne' teatri d'Italia.
Nel 1730 Pietro Metastasio era invitato alla corte di Vienna, forse oltreché per il consiglio dello Zeno, per le raccoman- dazioni d'un'altra sua ammiratrice, la contessa d'Althann, nata principessa Pignatelli, e del principe Pio di Savoia.
Da quest'anno fino alla sua morte, avvenuta nel 1782, il
54 11 moderno rinnovamento.
Metastasio trascorse la vita a Vienna, riverito, ammirato ed amato, componendo liriche, melodrammi, oratori, azioni tea- trali in grande numero, e nel melodramma toccando la per- fezione dell'arte sua. Quando morì il vecchio poeta, cui in vita erano stati larghi d'onori, di decorazioni e di medaglie i principi e i popoli, di lodi i migliori letterati, dal Baretti al Voltaire e al Goldoni, il mondo pianse la sua morte come pubblica sventura, come s'egli avesse lasciato un vuoto che nulla più poteva colmare. Invero col Metastasio moriva il settecento.
L'ammirazione, di cui aveva goduto in vita il Metastasio, non durò a lungo dopo la sua morte.
I critici italiani gli rimproverarono la ecces- siva e monotona sdolcinatura negli amori dei suoi personaggi; dissero aver egli pagato più largamente degli altri poeti il tributo alla pro- pria età degenerata, in cui la triste realtà era mascherata sotto una falsa idealità eroica e pa- storale; ancora biasimarono la troppa facilità di certe ariette, mentre i filologi notavano la povertà della sua lingua.
Le accuse non furono tutte ingiuste, ma si trascurò di rilevare tutto quanto il Metastasio aveva fatto per ridare alla parola, all'espressione il valore suo proprio, per restituirle il suo con- tenuto di verità, di naturalezza, di chiarezza, per rifare di essa il velo elegante di alti pen- sieri e di osservazioni psicologiche acutissime.
Né più, per alcun tempo, si riconobbe che, se l'opera del M. è riflesso della idealità eroica e pastorale cominciata col Sannazzaro nel Rina-
La poesia drammatica. 55
scimento, giunta ai culmini epici col Tasso, e ammattita quasi col Marino, questa tradizióne manda tuttavia nel Metastasio il suo più bel lampo di luce, che egli ne è l'artista più per- fetto (1).
Se lo Zeno fu il preparatore, il Metastasio fu il creatore vero, il vero poeta del melodramma; in lui si adunarono mirabilmente le qualità più opportune a farlo tale. Ingegno poetico squisita- mente dotato, ebbe potenza d'invenzione versatile ed inesauribile, sicché non si trovano fra i suoi drammi due favole che si rassomiglino, non due personaggi che abbiano analogia di carat- teri e di passioni; il Metastasio ebbe inoltre sen- timento profondo di moralità, seria e larga col- tura, senso squisito del verosimile, gusto ari- stocratico che lo faceva rifuggire da quanto fosse volgare per eccessivo sfarzo o per tri- vialità grottesche.
Di qui un dramma che con intreccio dilettevole, in uno svolgimento piano, accessibile all'intel- genza del popolo, illustrò fatti, episodi, perso- naggi storici o mitici, traendone con cura oc- casione a divulgar precetti di sana morale, appunto con quelle strofette di cui altri biasimò l'eccessiva facilità, mentr'essa ne favoriva la diffusione, per l'agevolezza del ritenerle a me- moria.
Che se il M. dovè anch'egli sottostare a quelle regole del dramma per musica, di cui il Gol-
(1) Cfr. E. Masi: P. Metastasio, in Fanf. d. D. 1882 n. 17.
* 56 11 moderno rinnovamento.
doni diceva che « sarebbe stato un delitto di lesa drammaturgia se si fosse osato violarle > e ciò lo costrinse a forzare tutti i suoi soggetti entro uno stampo prestabilito e comune; se l'in- dole sua mite, e quella del suo tempo, lo fecer rifuggire dalle forti passioni, e da quanto ac- cennasse al tragico, specie nella chiusa delle sue opere; non si può negare che i suoi eroi e le sue eroine, quand'anche parlano un lin- guaggio più soave e molle di quel che la loro indole storica non sembrerebbe comportare , agiscano e sentono tuttavia in modo veramente umano ; né si può disconoscere l'azione rinvi- gorita e fatta più rapida, e taluna efficace di- pintura di carattere e di fatti.
Infine si può asserire che il M. talora, come nel Catone in litica, nel Temistocle, nella Cle- menza di Tito, nell'Attilio Regolo, ascese alla tragedia, ricollegandosi direttamente al fare di Gorneille e di Racine.
E nella tragedia, considerata sotto 1' aspetto letterario, egli é certo miglior precorritore del- l'Alfieri di quel che non siano i pochi trage- diografi di proposito del 700.
Cosi il M. conduceva a piena e fiorente ma- turità il melodramma, che però doveva morire con lui ; in vero egli non ebbe emuli né conti- nuatori, e l'opera drammatica fu tosto di nuovo sopraffatta dalla musica, né seppe più — tranne per qualche raro momento — risollevarsi a di- gnità artistica.
Il simile avvenne , contemporaneamente o
La poesia drammatica. 57
quasi, d'un'altra forma drammatica musicata.
L'opera buffa, originata dallo svolgersi in forma autonoma, traverso il secolo XVII, degli intermezzi comici del melodramma, fiorita per alcun tempo nel secolo XVIII a Napoli, con carattere popolare o satirico e in forma spesso dialettale, trionfò nella seconda metà del '700 non meno per la musica ispirata del Gimarosa e del Paisiello, che per il valore delle conce- zioni drammatiche.
Modelli di questo genere ci rimangono: il Socrate immaginario, ideato da Ferdinando Gà- liani (1) e steso da G. B. Lorenzi, commedia burlesca e satirica piena di brio e di vis co- mica ; e il Don Giovanni, opera senile di Lo- renzo da Ponte, letterato ed avventuriero, che fu poeta cesareo a Vienna dal 1782 al '93.
Gol principio dell' '800 anche nell'opera buffa ogni senso d'arte fu sacrificato alle esigenze musicali e sceniche, e per ritrovarne esempio degno, dovremo giungere sino al Falstaff, che Arrigo Boito trasse dalla commedia shakespe- riana e Giuseppe Verdi musicò.
La Commedia intanto, si spogliava, in men che mezzo secolo, di tutti i vizi che l'avevan de- turpata sul finire del cinquecento e nel seicento, e si risollevava alla dignità di cui l'avevan ri- vestita Aristofane fra i Greci , tra i Romani Plauto e Terenzio.
La commedia dell'arte, o a soggetto, o a ca-
(1) Vedi p. 22,
58 11 moderno rinnovamento.
nevaccio, che già era stata quasi la sola forma coltivata nel seicento (1), dilaga anche nel set- tecento; né valsero a distoglierne il viziato gusto del pubblico que' pochi ed oggi dimenticati che tentarono ridare valore letterario alla commedia, quali il Nelli, il Gigli, il Cicognini, I'Amenta ed il Fagiuoli, ai quali tutti mancò il senso della naturalezza, della verisimiglianza, della rappresentazione viva ed efficace dell'uomo nelle • vicende della sua vita materiale e morale. Fu la loro una commedia di colpi di scena, di tra- vestimenti, di intrighi e di viluppi, pretensiosa- mente letteraria per taluni, per altri servilmente imitatrice del teatro spagnuolo, venuto in Italia con i drammi di Lope de Vega e di Tirso de Molina.
Ma queste produzioni drammatiche non erano destinate al popolo, bensì ad ornamento di feste principesche e di radunanze accademiche o private. Le commedie per il grande pubblico, le commedie popolari ancora risentivano, di- rebbesi, l'influenza dell'antico mimo caro al po- polo di Roma, e intessevano sopra azioni illo- giche un dialogo non da altro avvivato che da mimica, da lazzi, quali si convenivano alle ma- schere ormai famigliari e care al pubblico, fos- sero esse quelle volgari e d'origine latina del Traccagnino, del Francatrippa, del Brighella, e siffatte, o quelle più significative di Panta- lone, Arlecchino, Pulcinella, il Dottore, e l'altre,
(1) Vedi Manuale, parte I, pp. 260-61.
La poesia drammatica. 59
che per lunga tradizione impersonavano qua- lità e costumi delle antiche genti italiane. Che se anche tra gli attori destinati a recitare queste parti di maschera, alcuno fu — come lo Zan- noni e il Sacchi — dotato di coltura e d* un certo gusto neirimprovvisare in versi o in prosa il dialogo, o nel dettar scenari, rimaneva pur sempre giusto il giudizio dato, intorno alla dram- matica dei primo settecento, dal Goldoni: « 11 teatro comico era corrotto a segno da più di un secolo nella nostra Italia, che si era reso abbominevole oggetto di disprezzo alle oltra- montane nazioni.... Sconcie arlecchinate, laidi e scandalosi amoreggi a menti e motteggi, favole mal inventate e peggio condotte, senza costume, senz'ordine... (1) >. Né dissimilmente giudicava il De Brosses nelle sue Lettres familières écri- tes d'Italie (2), mentre Carlo Goldoni s'accin- geva a riformare quel teatro che egli avrebbe posto in cosi sagace caricatura nel suo Teatro Comico.
Cablo Goldoni, nato nel 1707 a Venezia, di famiglia oriunda di Modena, dopo aver atteso in Perugia, dove il padre suo era medico, ai primi studi letterari, in Rimini agli studi filosofici, e a Pavia alle discipline legali, laureatosi fi- nalmente' in Padova a 24 anni, dopo mortogli il padre, andò due anni di poi al servizio dell'ambasciatore di Venezia a Milano. A ventinove anni si ammogliò in Genova, con Nico- letta Conio, e dopo alquante peregrinazioni in Toscana, eser-
cì) Prefazione alle Commedie.
(2) Conca ri: Il Settecento, Vallardi, Milano, p. 104.
60 II moderno rinnovamento.
citata per cinque anni in Pisa l'avvocatura, venne alfine a stabilirsi a Venezia.
Aveva qnarantun'anni e finalmente allora potè dedicarsi tutto a quell'arte comica, che aveva appreso ad amare nella famiglia sua paterna e aveva poi accarezzata a varie riprese dagli anni della sua infanzia, quando undicenne componeva una commedia sullo stampo di quella del Cicognini, o quat- tordicenne fuggiva da Rimini con una compagnia di comici, a quelli della sua giovinezza quando accomodava due drammi del Metastasio e tentava commediole come il Buon Padre e la Contatrice, o tragedie come YAmalasunta, cui altri ten- tativi tenner dietro, qual più qual meno fortunato. Stipen- diatosi come poeta comico delia Compagnia MÉdebac, una delle migliori dell'epoca, passò poi al Teatro di San Luca, e di qui nel '62 a Parigi, direttore del Teatro Italiano, poi maestro d'italiano delle principesse reali, finche la Rivolu- zione non lo privò di quell'ufficio riducendolo a misera vita. C. Goldoni mori in Parigi il 6 gennaio 1798, quando stava per riavere, su proposta di G. M. Chénier, poeta francese, la pensione che gli avrebbe ridata l'agiatezza. Il suo patrimonio letterario annovera, oltre:
le Memorie, scritte prima in francese, autobiografia ricca di ingenua festività e di interesse ;
cinquantotto commedie e cinque tragicommedie, scritte tutte in italiano, molte in prosa, molte in versi martelliani, talune in versi d'altra misura ;
nove commedie in dialetto veneziano;
cinquantuna commedie miste di italiano e di dialetto ;
due commedie in francese. Minori opere sono poi tragedie, melodrammi, drammi gio- cosi, intermezzi, poesie liriche ed altre commedie inedite mi- ste di dialogo scritto e di parti a soggetto.
L'opera drammatica del Goldoni, rispecchia l'indole sua: «in lui una intima, continua leti-
La poesia drammatica. 61
zia, una naturale proclività, aiutata dall'educa- zione e dall'indole de' suoi di famiglia, a scor- ger della vita gli aspetti ridenti soltanto; ad aspettarsi il bene, e a sopportare il male, quando giungesse, con pacata filosofia (1) ».
Dopo aver, coi suoi primi passi, tentato il ran- nobilimento della commedia a soggetto, intro- ducendovi in copia sempre maggiore il dialogo scritto, compose finalmente il Goldoni la sua prima commedia di carattere interamente scritta : La donna di garbo. Dopo aver consentito al gu- sto del pubblico scrivendo commedie con ma- schere, eccolo preparar l'abolizione di queste, o meglio la loro trasformazione in tipi natu- ralmente comici, come l'onesta figura del mer- cante veneziano, sensato, taccagno anche, ma arguto critico del costume, che balza fuori dalla ridicola e sciocca maschera di Pantalone delle vecchie commedie; eccolo infine esporre i pro- positi suoi per la riforma della commedia nel Teatro comico, « che è come una poetica dia- logata, cioè un'esposizione dei metodi e dei fini a cui egli voleva conformato il teatro (2) ».
Nella naturalezza, nella spontaneità sta tutto il pregio della commedia goldoniana. Mentre in Italia trionfava la commedia straniera, « nella costruzione delle mie commedie — scriveva il G. a G. Gozzi — non ho cercato d'imitare né
(1) Martini: C. G. in Vita Italiana nel Settecento, Milano, Treves, p. 216.
(2) V. Concari. op. cit. p. 116.
62 11 moderno rinnovamento.
i greci, né i latini, né i francesi, né gli spa- gnuoli, né gli italiani nostri medesimi, ma fis- sando la méta nella verità e nella ragione, mi sono condotto per quella via dove la natura mi ha trasportato (1) ».
Invero la scuola del G. è: osservare il vero dentro di sé e fuori, studiarlo, sorprenderne i momenti artistici; riprodurre il vero, non altro che il vero, accettandolo donde che venga, quale che sia, purché sia artistico e morale. Il G. é uno dei più audaci veristi; solamente è un ve- rista che studiando il vero dovunque si trovi, sa subito vederlo con occhio di poeta; si di- rebbe che guardando il vero egli lo costringe a modificarsi giusta il sentimento d'arte con cui esso lo guarda.
È una delle due grandi facoltà del G. quella di avvivare con la sua fantasia le immagini, i fatti, le parole più inartistiche e indifferenti co- stringendole ad assumere disegno corretto, vi- vezza di colore, efficacia di contrasti.
L'altra sua grande facoltà è la fecondità ine- sauribile dell'invenzione, quella fecondità che gli permise, passato in Francia già presso ai sessantanni, di trovar tanta giovinezza di mente da imparare il francese, e scrivere due capo- lavori in quella lingua: le sue Memorie e Le bourru bienfaisant; quella fecondità che gli dettava a 70 anni Le tre Zelinde.
Deficiente nella commedia storica, lo prova il
(1) Iti., p. 111-112.
La poesia drammatica. 63
Torquato Tasso, e nella filosofica, valga ad esempio il Don Giovanni, il Goldoni invece è insuperabile nella commedia della vita quoti- diana.
Tutte le condizioni di essa somministrano ma- teria alla fantasia del G., da quella della no- biltà feudale, a quella della più infima plebe. Egli entra in una bottega, ode il cicalio degli avventori coi bottegaio, ode le insulse e prolisse discussioni del mercanteggiare, discorsi mono- toni di puro perditempo, che tutti sappiamo a memoria, in cui non sappiamo scorgere lato artistico alcuno ; il G. ve lo scopre, e ne trae due delle più belle scene (6a e 7a dell'atto II), del La buona madre, uno dei suoi capolavori in veneziano.
Nel modo stesso egli, che a Chioggia aveva sostenuto l'officio di aggiunto al cancelliere cri- minale, si ricorda le facili e cotidiane questioni che sorgevano tra quei pescatori, le mogli, le figlie loro e gli innamorati di queste; anche qui monotonia, futilità, goffaggini di puntigli e di pettegolezzi, poi accapigliarsi di donne e di mariti, di fanciulle, di rivali, sino a dover com- parire davanti al cancelliere per rappaciarsi e riprendere al modo stesso il dì appresso. Tutta roba inartistica, risaputa, triviale! Eppure il G. sforza quel vero inartistico, triviale, sciocco, a diventare uno dei suoi splendidi capila vori d'arte: Le bar afe ciozote.
Molti appunti furono mossi al Goldoni, taluni giusti, altri no. Certo l'italiano che egli scrive
64 11 moderno r innovamento.
ha molto minor vivezza, spontaneità, colorito del suo dialetto natio; ma per giudicarlo con- verrebbe pur raffrontarlo coi dialoghi dell' A- menta, del Fagiuoli, dei Nelli, stentati, freddi, artificiali; certo gli manca la dipintura di af- fetti profondi e forti che egli non provò, né seppe quindi descrivere ; certo V osservazione sua é profonda solo in un rispetto della vita : quello della società borghese.
Pare invece gli sia sfuggito quale alta fonie di satira offrisse la società aristocratica, la no- biltà, e specie la nobiltà veneta in quell'imbel- lettata decrepitezza della Repubblica, che fu l'età sua, folleggiale spensieratamente ne' sol- lazzi del Ridotto e delle bische. Ma bisogna pur tener conto che il G. non fu temperamento satirico; vi si opponeva la placidità bonaria, serena dell'indole sua; oltreché, se anche avesse saputo esserlo, glie l'avrebbe impedito la sospet- tosità gelosa e intransigente del Tribunale su- premo che tanto più stava attaccato alla este- riorità dei rispetto ai nobili, quanto più sentiva crollar loro il terreno sotto i piedi.
Ma, all'infuori del patrizio veneto, molti per- sonaggi dell'alta società s'aggirano vivaci e veri in molte delle commedie goldoniane, quali Le tre Pamele, Il Feudatario, Il filosofo inglese, La moglie saggia, Il Cavaliere di spirito, ean- diamo dicendo. E intorno a questi è tutto un assortimento di nobilucci petulanti, spiantati, tanto più superbiosi, quanto più è dubbia la loro nobiltà. Condite tutto il materiale fornito al G.
La poesia drammatica. 65
dalla vivacità dell'osservazione e della fantasia, con una vis comica inesauribile, tanto più effi- cace quanto più semplici ne sono i mezzi e più spontanea sgorga dall'azione stessa, con una cura paziente nel tratteggiare i caratteri, con una particolare acutezza nello scorgere e riprodurre le gradazioni di una stessa passione, di un vizio medesimo, con un dialogo efficace, rapido, gaio; e voi saprete allora la ragione della vitalità lunga della commedia goldoniana, che ancora oggi regge sulle scene, e la forza con la quale il G. trionfò de* suoi avversari: F Abate Pietro Chiari [1711 (1) - 1785] e il Conte Carlo Gozzi [1720-1806] fratello al Gaspare già nominato.
La polemica più vivace, la lotta più acerba il G. dovè sostenere contro il Chiari, uno de' più popolari autori, oltreché di Venezia, d'Italia, per mezzo secolo, che coi suoi numerosissimi romanzi (dei quali accennerò tra poco) rinnovò, pur di sullo stampo francese, questo genere let- terario tra noi, forse con qualche pregio di no- vità; ma nella commedia non fece se non uni- formarsi al canone che egli stesso aveva dettato: « Quando è contento il popolo, tu più non conti un pelo; — Del popolo la voce, voce fu ognor di cielo ».
Egli dettò più che quaranta commedie in martelliani, di soggetti alternantesi tra il mondo
(1) Questa data fu recentemente determinata con esat- tezza da G. B. Marchesi (V. / Romanzi dell'Abate Chiari. Bergamo, 1900, pp. 8 e 87).
Ferrari. 5
66 11 moderno rinnovamento.
orientale e un patetico artifizioso e di cattivo gusto; con queste egli potè per qualche tempo tener testa al G. e sollevare in Venezia una contesa cui il popolo stesso partecipò, ma che fini col trionfo del genere goldoniano.
Né meno effimero plauso goderono le Fiabe del Gozzi, avversario cosi del Chiari come del Goldoni, che ambedue pose in caricatura nel- VAmor delle tre melarance.
Certo è tuttavia che la fiaba ha molto mag- gior valore letterario e d'arte che non la com- media del Chiari, talora per l'atteggiamento satirico di costumi e di uomini che essa as- sume, tal' altra per il pregio della commedia ricca di sentimento che si cela sotto la veste allegorica e fantastica, come nella Turandot, dove sono adombrati forti affetti e nobili virtù.
Veniamo ora alla terza forma di opera dram- matica.
La tragedia non aveva ancora trovato, dac- ché essa era sorta, nel '500, dall'imitazione di Seneca, chi avesse saputo darle impronta vi- gorosa e vitale. Già un impedimento a ciò ve- niva dalla mancanza di sentimento profondo di nazionalità, di grandi affetti, di passioni violente, di tradizioni e di storie veramente nazionali, negli italiani.
Altro e più grave impedimento fu, per due secoli e mezzo, la tradizione classica che s'im- pose, in questa come in molt'altre forme lette- rarie, producendo opere in cui la forza e la passione eran tutte esteriori e non rispondenti
La poesia drammatica. 67
agli uomini e alle idee del tempo per il quale erano scritte.
Ancora nel 1708 G. V. Gravina, il legislatore d'Arcadia, aveva nei due libri Della ragione poetica, e più tardi ne' discorsi Sulla Tragedia tentato — con apparenti tendenze al nuovo — non solo di richiamar nel loro pieno vigore le discipline e le leggi aristoteliche, cominciando dalle tre famose unità, di tempo, di luogo, di azione (1) ; ma ben anche di restituire in tutti i suoi elementi di contenuto, di forma, di rap- presentazione, la tragedia greca. Né il Gravina si contentò di precetti, ma volle anch'egli, come dopo lui il Martelli e A. Conti, e in Germania il Lessing, far seguire e avvalorare il precetto coll'esempio.
Vano sforzo, che diede una tragedia fiacca, slombata, dove la fantasia ha volo molto scarso, la storia un riflesso superficiale, i personaggi una fìsonomia incerta o convenzionale; dove i sentimenti e le passioni son prive di concita- zione e di vivacità, e la forma stessa, tentando rendere con l'endecasillabo sdrucciolo il trime- tro giambico degli antichi, riesce disarmonica, gretta e monotona.
Sorse contro il Gravina Pier Jacopo Martelli
(1) Felicemente esprime il Boileau (1669), nel suo : Art poétique, queste tre unità in due versi:
"Qu'en un Ileu, qu'en un jour, un Seul fait accompli Tienne jusqu'à la fin le théatre rempli „.
Canto III, v. 45-^»
68 11 moderno rinnovi amento.
[1665-1727] letterato studioso e colto, d'origine bolognese, che cercò di conciliare il rispetto per gli antichi con un certo senso novatore, o a dir meglio, non più imitatore dei classici, ma dei loro imitatori in Francia: il Corneille e il Racine.
Cominciava ormai il periodo che doveva dif- fondere in Europa questa imitazione di seconda mano, e condurre alla rivoluzione romantica. Il Martelli nelle sue dodici tragedie, dove i sog- getti greci si alternano con i latini e gli orien- tali, si tenne più libero dai vincoli delle unità, che egli diceva doversi lasciare « agli affettati adoratori delle anticaglie»; ma per l'influenza dell'Arcadia, egli pose ogni studio a rammor- bidire le asprezze, e fu fiacco e snervato, quan- tunque non gli mancasse qua e là qualche fe- lice situazione, qualche vivace pittura di costumi. Ciò che ebbe maggior fortuna nell'opera sua fu la sostituzione dell' endecasillabo sdrucciolo con il martelliano, cosi detto dal nome del suo divulgatore, quantunque l'aggruppamento di due settenari, fosse stato già prima usato; il mar- telliano dovevo riprodurre l'alessandrino fran- cese, ma non durò come verso tragico, bensi fu più tardi usato per il dramma e la comme- dia storica.
Maggiore profondità e novità di dottrine do- veva professare Antonio Conti [1677-1749], cri- tico ardito che per molti rispetti precorse nelle sue teorie letterarie e stilistiche il Baretti in Italia, il Lessing in. Germania.
La poesia drammatica. 69
Egli voleva escluso dal teatro tragico Tele- merito favoloso e l'inverosimile, e la fonte dei soggetti limitava alla storia romana perché me- glio nota e « di usi, costumi e modi di pensare simili o almeno più proporzionati ai nostri >; cosi voleva che si abbandonasse lo stile o troppo fiorito o troppo lambiccato, proponendo come modello da imitare, la tragedia shakespeariana, che volle emulare, specie nel suo Giulio Ce- sare. Ma anche a lui nella pratica applicazione nervi deficiunt animique, ed egli rimase di gran lunga al disotto del suo immortale modello.
Certo meglio di lui calzò « il tragico coturno » Scipione Maffei, l'illustre storico ed erudito, con la sua Merope, rimasta dal 1713, anno in cui fu rappresentata a Modena, per molti lustri l'ammirato capolavoro del teatro tragico italiano, edita in più che sessanta edizioni, più che imi- tata dal Voltaire nella sua tragedia di ugual titolo, giudicata dall'Alfieri se non « l'ottima di quante se ne potrebbero poi fare in Italia, l'ot- tima e sola delle fatte sin allora ». Per opera del Maffei la tragedia si sbarazzava dalla pre- valenza degli episodi amorosi , dall'intreccio artifiziato e inverosimile, e ravvivandosi e no- bilitandosi di più vigoroso contrasto di passioni, di maggior dignità dei personaggi, di più de- corosa gravità dello stile, ritornava ai modelli greci, assumendo nella forma il metro dell'en- decasillabo sciolto.
I precetti del Conti e l'esempio del Maffei po- polarono di cultori la scena tragica, e sulle loro
70 11 moderno rinnovamento.
orme si posero parecchi scrittori, quali il Bet- tinelli, il Varano, Giovanni Pindemonte, ed altri ancora; ma niuno di essi diede opera vi- tale al teatro italiano , talché può dirsi che con ragione il Voltaire aveva scritto al Paradisi : « l'opera è una bella cosa : ella è figlia della tragedia; ma la figlia ha svenata la madre >. Né ancora s'era trovato chi quella madre avesse saputo rinsanguare ; né forse rinsanguarla si po- teva, poiché manca ormai affatto nel 700 ogni accordo fra lo spirito animatore delia tragedia greca e la vita morale della società. E greca nella forma, ma nuova affatto nello spirito fu la tragedia di Vittorio Alfieri.
Vittorio Alfieri e Giuseppe Par ini.
V. Alfieri. — L'autobiografia. — La tragedia dell' A. — G. Pa- rlili. — Il Giorno.
Mentre la fama del Goldoni toccava il colmo, e proprio in quell'anno in cui egli potè dirsi riform'atore della Commedia, cioè nel 1749, na- sceva in Asti il poeta che, come il Goldoni aveva data all'Italia la commedia, le avrebbe data la tragedia.
Fu questi il Conte Vittorio Alfieri.
La vita di questo altro tra i sommi della seconda metà del 700 vuol essere dettata per esteso, tanto essa è ricca d'ammaestramenti, anche negli errori e nei vizi del suo protago- nista ; lo comprese egli stesso quando a 41 anni s'accinse a scrivere Y Autobiografia, interrotta al 1790, poi ripresa nel 1803 è condotta fino a quest'anno^ essa, nell'intenzione dell'autore, aveva per iscopo principale lo studio dell'uomo < della qual pianta non possiamo mai indivi- duare meglio i segreti che osservando ciascuno sé stesso »,
Il moderno rinnovamento.
Nato ad Asti nel 1749 da nobili, agiati ed onesti geni- tori, il che gli permise di giudicare con serenità i nobili senza la taccia d'invidioso perchè nobile, d'esser libero di servire soltanto il vero perchè agiato, e di non dover arros- sire della propria nobiltà perchè di onesta stirpe, prendendo anzi da essa incitamento a non contaminare mai in nulla la nobiltà dell'arte che egli professava, Vittorio Alfieri, dopo un'infanzia triste, trascorsa nella solitudine e nei primi studi, entrò nell'Accademia di Torino in età di nove anni; quivi più che al latino ed alle fiumana literce, si dedicò alla musica, al ballo, all'equitazione.
Entrato port'insegna nel reggimento provinciale d'Asti, il N. si stancò tosto della disciplina, insopportabile per il suo tem- peramento, e ottenne di poter uscire di Piemonte per un lungo viaggio, durante il quale, visitata gran parte d'Italia, ne varcò i confini, peregrinando per la Francia, l'Inghilterra, l'O- landa e quivi incappando finalmente nell'amore " che mai fino allora non V aveva potuto raggiungere né afferrare „ e che fu poi il suo più forte " ispiratore agli studi e ad un certo im- peto ed effervescenza di idee creatrici „ s\ che egli non si " teneva mai tanto capace di riuscire in qualche ramo di let- teratura, che allorquando avendo un soggetto caro ed amato gli pareva di potere a quello tributare anco i frutti del suo ingegno „.
Quel primo amore durò brevemente ; si chiuse con un ten- tativo di suicidio del N. che, poi rinsavito, tornò in Piemonte, ove si diede agli studi di filosofia, tediandosi nel leggere YEloisa del Rousseau, e i versi del Voltaire, intere e per due volte scorrendo le opere del Montesquieu con molto utile e diletto, ma particolarmente trovando ore di rapimento e beate nella lettura delle Vite di Plutarco, taluna delle quali " sino a quattro e cinque volte rilesse.... e spessissimo bal- zava in piedi agitatissimo e fuori di sé e lacrime di dolore e di rabbia gli scaturivano dal vedersi nato in Piemonte ed in tempi e governi ove niuna alta cosa non si poteva ne fare né dire ...
Vittorio Alfieri,
Andatogli a vuoto un disegno di matrimonio, riprese il N. i suoi viaggi e visitò la Germania, la Danimarca, la Svezia, la Russia, ebbe un secondo amore, e un duello, e vicende varie e delusioni amorose a Londra, poi vide la Spagna e il Portogallo, indi tornò ai Piemonte, ove condusse per due anni vita scioperata, solo a 24 anni impigliandosi per la terza volta nelle reti d'amore, forse il suo buon padre Apollo vo- lendolo per tal via straordinaria chiamare a sé. Infatti, tra- scinatosi due anni in una vita di serventismo, vergognoso di sé stesso, noioso ed annoiato, durante una malattia della dama che il N. ne stimava né amava veramente, egli standole lunghe ore a pie del letto seduto a servirla in silenzio, mosso dal tedio, cominciò " così a caso, e senza aver piano nessuno a schiccherare una scena di una, non so come chiamarla, se tragedia o commedia,,, primo tentativo di scrittura italiana, ed arduo per chi, come il N., altro sino a quel dì non aveva scritto se non cose facete e miste di filosofia e dy imperti- nenza in lingua francese, per dilettar la brigata degli amici.
Quell'incunabolo che s'intitolò Cleopatra e fu steso in lingua italiana ed in versi, ricco di spropositi di metrica e perfino d'ortografia, doveva pur essere inizio a ben grande opera di rinnovamento intellettuale e letterario.
Rotta infine anche la terza e indegna rete amorosa, isola- tosi il N. in casa, fra i tormenti della passione mal spenta, ecco sorgere nella sua mente l' idea eh' egli sarebbe stato forse ancora in tempo a darsi al poetare. Scrisse allora [1775] il suo primo sonetto, accolto con indulgenza bene ispirata dal gentile e dotto padre Paciaudi.
Quanta strada da quel sonetto alle immortali tragedie, e quanto rapidamente percorsa ! Rifatta due volte la Cleopatra, scritte alcune colascionate, una farsetta in prosa : I poeti, ottenendone felice esito nella rappresentazione, ecco " in ogni vena del poeta un siffatto bollore e furore di conseguire un giorno e meritatamente una vera palma teatrale „, che egli con u animo risoluto, ostinatissimo e indomito „ si risolse a u retrocedere e, per così dir, rimbambire, studiando ex prò-
Il moderno rinnovamento.
fesso da capo la grammatica, e susseguentemente tatto quel che ci vuole per sapere scrivere correttamente e con arte „
Il desiderio di poter tramutare al più presto in poesia ita- liana due tragedie : il Filippo e il Polinice, che aveva frat- tanto stese in prosa francese, siffattamente lo incitò, che il N., fatto proponimento di non proferir più parola in francese e sbandita ogni lettura di quella lingua, profondatosi invece rabbiosamente nello stadio della lingua italiana, provandosi a porre in versi ogni qualunque pensiero gli cadesse nella fantasia, e, intanto leggendo e postillando classici italiani e latini, in un anno o poco più, giunse a capo di verseggiare le due nominate tragedie e di stendere a dirittura in suffi- ciente prosa toscana l'Antigone, e tosto dopo l'Agamennone e l' Oreste. Ormai la via era trovata: fai Filippo e dal Poli- nice, nate francesi e imitanti il fare di Bacine, il N. era pas- sato all'ispirazione classica con l'Antigone tratto dal XII libro di Stazio, con l'Agamennone e 1' Oreste che in linea retta derivano da Seneca.
Quind'innanzi sarà una rapida ascensione ; fra la lettura del Machiavelli, che gli ispirò i due libri della Tirannide, e lo studio del greco, fra l'amore ultimo per la Contessa d'Albany, moglie separata, poi vedova all'ultimo degli Stuart, e i viaggi in Toscana, a Torino, a Parigi, sempre attendendo ad opere letterarie, liriche o tragedie, violente satire contro la rivoluzione francese o commedie, trascorrono i venti e più anni che ancora rimangono della vita del poeta, che moriva l'8 Ottobre 1808.
Lasciò egli: oltre le sue 19 tragedie^ fra le quali più note- voli, oltre le cinque già nominate, Don Garzia, Saul, Mirra, Bruto 1;
larghissimo e vario frutto della sua attività di scrittore : sei commedie in versi sciolti; diciassette satire in terza rima, d'argomento sociale ;
Vittorio Alfieri.
il MisogaUo, libello contro i francesi, misto di prosa, sonetti ed epigrammi ;
Uriche d'argomento filosofico, politico ed amoroso;
V Autobiografia, che si completa di diari e lettere;
acritti critici;
opere politiche : (Della Tirannide, Del principe e delle lettere) ;
molte versioni dal latino e dal greco.
La tragedia dell'Alfieri ha, come tutte le altre opere di lui, un carattere di forte originalità, chi la confronti con le opere dei suoi prede- cessori; è classica solo nell'aspetto esteriore, nel rispetto delle tre unità; fors'anche in appa- renza risente l'influsso della tragedia francese; ma nel fatto essa è originale nella costruzione, originale nel verso. Essa dipinge, si può dire, la figura fisica e morale dell'autore, é asciutta, secca, a linee fortemente scolpite ma un po' scheletrali, ricca di significazione passionale, dura, angolosa.
L'azione procede rabida, serrata, tutta con- trasto di forti passioni, con pochi interlocutori, e questi piuttosto personificazioni che non per- sone; essa si svolge intorno a soggetti i più tratti dal mondo greco e latino, pochi dal me- dioevale e moderno, due soli dalla storia ita- liana; in uno stile scultorio, tutto nervi, talora eccessivamente conciso, che i'A. si foggiò leg- gendo Tacito ed il Machiavelli; in un verso duro che ha della rigidità dantesca, appena temperata qua e là dalla sonorità del Frugoni e del Cesarotti.
Il moderno rinnooamento.
Gli intrecci e le catastrofi vigorosamente con- cepiti^ principali caratteri compiutamente rap- presentati, le passioni psicologicamente svolte, spesso straordinaria la potenza drammatica delle situazioni; questi sono i pregi letterari della tragedia alfierana. Ma di gran lunga maggiore è il suo valore civile e nazionale.
Come s'è detto, la rivoluzione italiana fu opera dei pensatori e dei poeti , fu il pensiero cioè che determinò razione ; e in questi l'apostolato politico dell'A. fu decisivo, fu una battaglia combattuta e vinta contro la tirannia sotto qual- sivoglia aspetto, in qualsiasi forma di società.
Certo l'A. come poeta satirico tiene un posto eminente nella storia della satira italiana, per lo splendore della forma sempre originale e per Fattualità della sua satira, direttamente rivolta ai suoi contemporanei, come vedremo più dif- fusamente, studiandolo insieme con il Parini.
Certo ancora, delle commedie alfieriane — un genere che l'A. vagheggiò lungamente, dal primo scherzo : Giudizio universale, alle sei commedie scritte negli ultimi anni della vita — talune, come il Divorzio e la Finestrino,, hanno particolari pregi per efficacia terribile di satira, o per piacevolezza d'intreccio, si che il Novati non dubita di vedere nell'A. un precursore, per la vivacissima pittura dell'infrollita società ele- gante dell'epoca, della grande riforma goldo- niana (1).
(1) Cf. E. Novati: L'A. poeta comico; in N. A. Serie II, voi. 29.
Vittorio Alfieri.
Ma non pensava egli certo alle sue commedie quando scriveva il sonetto « Quattro gran vati ed i maggior son questi > dove, nella forte co- scienza del proprio valore, a sé preconizzava il serto d'alloro, ponendosi quinto nella grande compagnia di Dante, del Petrarca, dell'Ariosto e del Tasso ; né per il Misogallo o per le satire soltanto egli vaticinava che un di sarebbero i suoi carmi sprone ardente al forte fianco degli italiani, i quali sarebbero avvampati d'irresi- stìbil fiamma al ricordo di lui (1). Bene egli fidava le sue speranze sulle tragedie, come quelle nelle quali s'assommava tutta l'opera sua letteraria, che era anche opera politica.
Tale il primo, il massimo pregio della tra- gedia alfieriana: che la patria la riempie tutta, anche se non ne è il diretto argomento, si da farne « un grande fattore di storia > in questa nostra Italia.
Lasciamo l'accusa di inconseguenza che il Mazzini rivolge all'opera letteraria dell'A. re- putandola inefficace e funesta perchè predicava la rivolta, le idee repubblicane, la democrazia, mentre l'Autore le derideva nella vita, ed era imbevuto di pregiudizi aristocratici.
Niuno, ad onta di ciò, vorrà negare che nell'A. l'amore della libertà fu una fede, una religione, che egli non intendeva libertà se non accom- pagnata da ogni virtù, cominciando da quella del rispetto alle leggi. Perciò egli, vissutoquando
(1) V. ultimo sonetto del Misogallo.
78 11 moderno rinnovamento.
duravano gli eccessi della Rivoluzione, quando Napoleone spadroneggiava in Italia e fuori, odiò e vilipese gli apostoli della libertà, che a lui apparivano i peggiori fra i tiranni.
Di qui quel suo modo d'interpretare i perso- naggi storici che avevano amata la libertà, fa- cendone dei tipi virtuosissimi, quali sono: Bruto I e Bruto II, Timoleone, Raimondo della Con- giura de' Pazzi, il Garzia, il Don Carlo e il Perez del Filippo; di qui quel suo rappresen- tare i tiranni sempre sotto i più foschi e odiosi colori: onde il fatto innegabile che TA. tragico fu il più efficace apostolo di libertà fra la gio- ventù italiana.
Quando l'Italia schiacciata sotto i patti del 1815, infiacchita dalla reazione monarchica e religiosa, cominciò alquanto a risvegliarsi da quel silenzio che avevano chiamato pace, da quella tetra oppressione feroce che chiamavano ordine ; quando i tentativi audaci, ma infelici del '21, del '31, e la sostituzione della Giocane Italia alla vecchia Carboneria, fecer balenare un crepuscolo d'indipendenza, di nazionalità, il libro che più diffuso corse per le mani dei giovani fu quello delle tragedie dell'Alfieri.
Lo seppe l'Austria che lasciava circolare li- beramente tra i giovani il Decamerone, le no- velle del Casti, le più oscene opere, ma alFA. mosse la guerra più fiera.
Tale l'Alfieri tragico. Sul suo teatro il tempo ha da lunga pezza esercitata la sua opera di di- struzione, e la tragedia, com'egli la intendeva,
Vittorio Alfieri. 79
non pare più rispondere al mutato indirizzo letterario del pubblico; ma giustamente osserva il Carducci : « la questione se l'Alfieri abbia o no creato la tragedia nazionale a me pare so- lamente scolastica: ei ricreò la poesia, egli creò la rivoluzione italiana » (1).
Ormai l'aspirazione vaga, indeterminata, in- cosciente dapprima, il grande sogno balenato, quale visione utopistica, nei deliri sublimi dei poeti, cominciava a tradursi in atto, a concre- tarsi ; siffattamente erano maturi gli eventi, che il 17 Gennaio 1780 da Parigi, dalle labbra di Vittorio Alfieri, era evocato alla vita il fantasma sognato e vagheggiato da secoli, cui Dante aveva dato la coscienza, il Petrarca l'odio agli stranieri, il Machiavelli le armi nostrali : la dedicatoria dei due Bruti era indirizzata al po- polo italiano !
Gli eruditi avevano mostrato al popolo italiano il passato «a rimproverio del secol selvaggio >; i pensatori avevano intravisto in un baglior vago l'avvenire, i letterati avviavano la lette- ratura a nuove e moderne vie ; bisognava ora coordinare il lavoro di tutti ad una méta, tra- durre in pratica i postulati della scienza e le divinazioni del genio, e nella nebbia dei pre- sente schiarar colla face del passato la via al- l'avvenire; doveva cioè nascere un vero poeta con la mente di un filosofo.
(1) Carducci: Del rinnovamento lett. in Italia: in Opere. V. I, p. 299.
Il moderno rlnnooamento.
Tale fu Giuseppe Parini.
Nato a Bosisio il 23 Maggio 1729, da padre negoziante in seta, G. Parini studiò dapprima nel Collegio Arcimboldi, dei Barnabiti, e v'ebbe condiscepolo Pietro Verri. Quivi fu av- viato al sacerdozio, ma, giovinetto e studente ancora, il bi- sogno lo costrinse a cercar di trarre il sostentamento dal proprio lavoro, con lezioni private ai nepoti del Canonico Agudio. Ben presto egli dava il primo saggio della sua in- clinazione poetica con un volumetto di versi che vide la luce in Lugano [1752] sotto il pseudonimo di Ripano Eupilino. Bran versi che poco o nulla si scostavano dal gusto arcadico, e Arcade fu fatto il P, — per intromissione di G. C. Pas- seroni — dell'Accademia romana dei Trasformati, poi d'altre ancora. Poco appresso la sua ordinazione al sacerdozio [1754] gli aprì la via a vita non disagiata, agevolandogli l'entrar come precettore nella casa del Duca Serbelloni, del Conte Imbonati, del Marchese d'Adda.
In conseguenza di queste sue occupazioni il P. potè molto a lungo confidenzialmente frequentare, in città ed in campa- gna, le famiglie patrizie milanesi. E da una osservazione acuta e filosofica di quanto era viziato e corrotto nella società che, pur non appartenendovi, gli era divenuta famigliare, dal raf- fronto fra quella vita malsana di lusso e di vizi e la vita sognata nella calma dei campi, fra l'ozio dei gaudenti e le sofferenze dei diseredati, trasse il P. ispirazione alle sue prime liriche civili (La vita rustica, La Salubrità dell'aria, L'Im- postura, Il bisogno, ecc.), che son come prefazione o cornice all'opera massima : Il Giorno.
Son di questi tempi [1756-1760] le due polemiche che il P. sostenne col padre Bandiera prima, col P. Branda poi; a quello rimproverando la burbanza colla quale s'era proposto a modello di bello scrivere, insieme al Boccaccio, e il di- sdegno con cui aveva scritto del Segneri e d'altri scrittori ; con questo invelenendosi in una diatriba cui molti altri poi par- teciparono, generata dall'aver il P. Branda affermato i toscani
Giuseppe Par ini. 81
soli saper scrivere, i lombardi essere rozzi, b abitassi, pasci- bietole, e i loro poeti dialettali tentar con vano sforzo di nobilitare il parlar milanese " con diletto degli sciocchi che li stanno ad ascoltar a bocca aperta „.
Questa disputa, nella quale il Parini si rivelava nella que- stion della lingua un classico, ma senza pedanterie, degenerò ben presto in una diatriba volgare, nella quale nemmeno il P. si può dire serbasse sempre la dignità conveniente a una polemica letteraria.
Rifiutata nel 1766 la cattedra di eloquenza e logica che il Du Tillot da Parma gli aveva offerto, il P. accettava invece nel 1769 quella d'eloquenza nelle Scuole Palatine di Milano istituite dal Firmian alla Canobbiana contro le gesuitiche di Brera. Di qui, nel 1774, abolite le scuole de' Gesuiti, il P. passò a Brera a professar Principi generali di belle arti, e vi durò sino al termine della vita.
Qualche beneficio ecclesiastico ottenuto dal vescovo o dal- l'arciduca, una tenue pensione papale, un aumento di sti- pendio concessogli dall'imperatore Leopoldo gli permisero di condur meno disagiati gli ultimi anni, occupandosi di poesia, pubblicando nuove odi e lavorando intorno alla Sera, che do- veva poi sdoppiarsi in Vespro e Notte. Intanto egli era ve- nuto nelle grazie di Maria Beatrice d'Este, moglie del go- vernatore di Milano, donna di generosa indole, piena di do- mestiche virtù e coltivatrice degli studi liberali, e forse per intromissione di lei nel '91 egli veniva elevato di onori e di soldo. Il P. si era dunque ormai conciliato con quel go- verno che fu per Milano il migliore fra gli stranieri domini, e che a lui aveva dato unici pubblici nelle scuole e a Corte. Sicché, quando nel '96 Napoleone occupò Milano e distrusse gli ordinamenti anteriori, combattendo e abbattendo la no- biltà, il P. riprovò la sconcia gazzarra repubblicana di quanti gridavan libertà per tornaconto e quando il pericolo era nel non gridare così. Chiamato a far parte della Municipa- lità, dopo aver dato coscienziosa prova della sua attività,
Ferrari.. 6
82 11 moderno rinnovamento.
lottando contro le prepotenze del militarismo del Despinoy, e contra civium arder 'prava jubentium, come scrisse Pietro Verri (1), fa congedato e tornò a vita privata; e tale fu il disgusto che la signorìa francese gli pose nell' animo, che potè forse vedere un ritorno di tempi migliori perfino nel ritorno della signorìa austriaca. Alla vecchiaia trovò conforto fra gli studi e gli amici ; e alcune pagine commoventi del Jacopo Ortis ce lo descrivono vecchio, sgomentato dai tempi, non ben sicuro di non morire limosinando, passeggiatiti al braccio di un giovine poeta — Ugo Foscolo — sotto quel boschetto di tigli,
u Ch'or con dimesse fronde va fremendo
Perchè non copre, o dea, l'urna del vecchio Cui già di calma fa cortese e d'ombre ,.
Il P. moriva ai 15 d'agosto del 1799, " levata a pena la mano da un sonetto di ringraziamento a Dio per la restau- razione austriaca e insieme di ammonimento al governo re- staurato (2) „. Rimangono, opere sue minori in versi: liriche varie (canzonette, sonetti, poesie piacevoli e pa- storali, versi sciolti);
quattro componimenti drammatici; numerose traduzioni dal greco di Anacreonte e Mosco, dal latino di Catullo e Orazio; frammenti di odi. In prosa: un dialogo Della Nobiltà; un trattato De1 principi delle belle lettere; Elogi accademici, discorsi, pensieri, pareri.
Le opere massime di lui, quelle che merita-
ci) V. in Bortolotti : G. P., p. 201. (2) Carducci : Op. cit p. 245.
Giuseppe Parini. 83
mente gli han conferito il titolo di poeta civile della nuova Italia sono:
le sue Odi in numero di ventuna, fra le quali principalissime: La vita rustica, La salu- brità delVaria, L'educazione, Il bisogno. La ca- duta, Sul vestire alla ghigliottina, ecc.
il Giorno, poemetto in endecasillabi sciolti, diviso in quattro parti: (il Mattino, il Meriggio, il Vespro e la Notte. Esso vide la luce gra- dualmente. Usci il Mattino nel 1763, nel 1765 il Meriggio ; il Vespro e la Notte furon pubblicati postumi da Francesco Reina di Malgraie, av- vocato, nel 1801, poi emendati e ricomposti dal Cantù nel '56 ; ricomposizione, al dir del Car- ducci ottima, quantunque il Borgognoni l'abbia oppugnata, preferendo il vecchio testo (1).
In questo poemetto il poeta, fìngendo di dar precetto ad un giovine signore sul modo di im- piegare le varie ore della giornata, fa un'acerba satira dei costumi molli e corrotti dell' aristo- crazia lombarda del secolo XVIII.
Finita la lettura del poema, voi vi chiedete che cosa ha fatto il suo protagonista? Al mat- tino ha fatto toletta; al meriggio ha desinato; al vespro ha passeggiato ; alla notte ha giuocato, per tornar daccapo il giorno appresso, dopo aver dormito sino al mezzodì. Ecco la satira, satira terribile perchè concreta in forma splendida e robusta quel che era nei sentimenti confusi, la-
(1) Borgognoni : La Vita e l'Arte nel Giorno, pp. 15 e se- guenti.
84 11 moderno rinnovamento.
tenti, indeterminati delle moltitudini ; nel che sta l'eccellenza dell'opera d'arte.
Quantunque in Italia le molteplici invasioni straniere avessero prodotto un certo aecomu- namento fra le aristocrazie ed il popolo nell'in- teresse di una comune difesa contro comuni nemici, pure, anche da noi, l'aristocrazia era venuta logorandosi tra le mollezze, i piaceri, il lusso e l'ozio. Tale l'aristocrazia repubblicana a Venezia; tale l'aristocrazia degli stati monar- chici retti a signoria straniera, come Milano, che il P. sferzò a sangue colla sua satira, se satira vogliam chiamare l'arte del P., e non piuttosto, come vorrebbe il Carducci, un ge- nere a sé , che non ha la declamazione , la invettiva, la predica della satira letteraria, né il gioco, lo scherzo, la farsa della satira popo- lare; un genere che il Vernon Lee battezzò « l'epica della satira ».
Satirico vero fu l'Alfieri procedente in retta linea da Giovenale e da Salvator Rosa, con cui ebbe comune anche il metro in terzine. I temi da lui presi a trattare [/ Re, I Grandi, Uantire- ligioneria, 1 Viaggi, I duelli, ecc.] provano come l'A. intendesse l'officio vero di satirico, che non è uno sfoggio ozioso di precetti morali buoni per tutti i tempi (come nei Sermoni del Gozzi); bene è quello di studiare i propri contempora- nei, vederne i vizi, riprodurne i caratteri con potenza di colorito e vigoria di riprovazione. La satira dell'A. trasmodò anche, per passione nazionale, nel Misogallo, in quel bizzarro libro
Giusepoe Par ini. 85
di scarso valore artistico , dettato da impeto stizzoso, che più che satira è talora violento libello, il quale nella sua stessa violenza smarrì l'efficacia, nella passione perde la misura.
Nulla di ciò nel Giorno, che, lungi dalla pre- dica retorica, e dalla invettiva violenta, fa sua arma l'ironia, usata con un'arte nella quale il* P. non ha precorritori veri (1), nemmeno in coloro ai quali pur qualche ispirazione attinse; se non forse in quell'opera che a torto fu giu- dicata da lui, dal Foscolo, e da molti al tempo loro per fieramente ironica : dico il Principe del Machiavelli.
L'ironia del Giorno, diversa dalle letterarie solite, ha vestito la forma più rispondente al tempo, al genio del poeta, al carattere arguta- mente beffardo del popolo lombardo, cui meglio si conveniva la satira urbana, gentile, adorna di tutte le grazie stilistiche e poetiche, impron- tata a un malizioso e dissimulato sorriso.
Il tempo era tale che la beffa sarcastica, la satira seria e mordace non avrebbero ottenuto alcun effetto; né, oltracciò, tutti i nobili d'allora eran tali che meritassero gli strali del poeta satirico; poiché erano del tempo del Parini, i due Verri, conti, e il Beccaria, marchese, e i nobili del Gaffe, e gli altri che, prima, avevano costituita — mirabile esempio di culto alle patrie lettere — la Società Palatina.
Cosi si spiega l'ostentata serietà del precet-
(1) Cfr. Carducci : Storia del G. Cap. II. e IV.
Il moderno rinnovamento.
tore à"amabil rito ; così quella veste pomposa- mente rettorica, sovrabbondante di richiami mi- tologici e di costrutti artificiosamente classifi- cheggianti, di cui taluno ha fatto appunto al P. quasi egli la ritenesse sul serio letterariamente pregevole.
Chi consideri lo stile del P. nelle odi non può dubitare che Io stile lussureggiante di figure del poema non sia stato con finissimo studio e pro- posito deliberato scelto a scopo di parodia ; pa- rodia La Prefazione alla Moda, parodia tutto l'elemento mitologico, parodia la sostenutezza dignitosa, le circonlocuzioni, le perifrasi dello stile, come di ehi sdegnasse, quasi volgarità di- sdicevoli in tanto argomento quale la vita del Giovin Signore, adoprar forma semplice e piana ad esprimere i pensieri.
Il poema riusci, per tal via, perfettissima opera d'arte e, quantunque nel P. il sentimento nazio- nale non avesse intenti politici, ma solo letterari e intellettuali, contribuì potentemente a quel sol- levarsi degli spiriti che preparò la redenzione d'Italia, sollevarsi che doveva essere civile e morale prima che politico.
Descrittivo non per oziosità intellettuale o per dilettantismo, ma per un alto intento morale, didattico non per pedanteria, talora animato ed alto, talor grazioso e leggiero, vario negli epi- sodi e negli atteggiamenti, ricco di compara- zioni e di contrasti, squisito nel rilievo, 1 Giorno rimane per eccellenza il poema dei tempi nuovi, frutto e semenza insieme del rinnovamento ci- vile e letterario.
Giuseppe Parini. 87
Come poeta lirico, il P. ha affidato la sua fama alle Odi, quantunque egli abbia prodotto abbondanti liriche minori, quali canzonette, ma- drigali, sonetti, e di questi ultimi un certo gruppo di carattere più o meno religioso, cui manca però vero calore di sentimento, come già notò il Carducci (1).
Le Odi hanno doppio pregio: letterariamente hanno il vanto d'avere rannobilita e condotta ad esser veste degna di alti e civili argomenti la canzonetta, che sorta a lato dell^antica aulica canzone, era venuta a poco a poco affievolen- dosi nel contenuto e nel metro, sino a vestir di brevi e sfibrati versi le mollezze arcadiche.
Sulle traccie del Parini, il Monti, il Foscolo e il Manzoni continuarono poi con varie modi- ficazioni quest' opera di redenzione d' uno dei più puri metri italiani, che preparò la via, per la commistione dell'elemento metrico greco e latino, all'ode nominata barbara dal Carducci.
Per il contenuto le Odi sono degna cornice al Giorno; in esse la natura morale del poeta si rivela in tutta la sua austera integrità, espan- dendosi nell'ammirazione per ciò che è bello, grande, puro, e nel disgusto del vizio, della men- zogna, della adulazione, della vita artificiata e imbellettata, nella compassione per le soffe- renze del misero, l'alta dignità di sé stesso.
Certo è però che l'azione moralizzatrice del-
(1) Vedi in N.a A.a 16, ix, 1900; G. Carducci, A proposito di certi Sonetti di G. P.
88 11 moderno rinnovamento.
l'odi pariniane è meno efficace che quella del poema ; più facili forse, più accessibili per va- lore didattico, tuttavia per il tono, necessaria- mente un po' cattedratico, perdono spesso il ca- lore e l'impeto che son propri della poesia lirica. La forma loro potentemente contribuì a porre in bando le vuote e tronfie sonorità, come le cascaggini e la slombata fluidità dell'ultima ma- niera arcadica, con la classica precisione e tor- nitura della frase, del verso, delle strofe, con la robustezza del metro, col costrutto classica- mente ordinato; ma talora la reminiscenza clas- sica appare troppo palese, tal'altra la frase si risente di contorsioni eccessive, tal'altra infine il fare è o enfatico o convenzionale, freddo, ac- cademico troppo.
Cosi l'opera di tre grandi: il Goldoni, il Pa- rini, l'Alfieri, compieva il lavorio della prepa- razione non meno letteraria che morale, civile, politica, necessaria a segnar l'inizio d'una nuova èra per l'Italia; e il poema del Parini, che è un filosofo- poeta , piuttosto che un poeta-filosofo, spiana alla rivoluzione la via, sbarazzandola dell'aristocrazia, colpita a morte ne' suoi vizi, nelle sue ridicolezze.
Sotto un altro aspetto ancora l'opera del Pa- rini va considerata di capitale importanza : essa insieme con quella dell'Alfieri assomma e con- creta quel culto rammodernatore e razionale della classicità, che aveva trovato il proprio impulso primo nella rabbiosa smania di deni- grazione dei classici, di cui erano stati rappre-
Giuseppe Parini. 80
sentanti il Bettinelli e, in minor misura e meno passionatamele, il Baretti.
L'opera di G. Gozzi e degli altri sostenitori colla teoria e con l'esempio della classicità re- cava i suoi frutti; dopo il Parini e l'Alfieri la classica bellezza si sarebbe rinverdita di fronde novelle nella contemperanza con le nuove ten- denze dello spirito, che già cominciavano a pro- durre nella letteratura quel fenomeno di cui tra poco ci occuperemo e che prese nome di romanticismo.
Non chiediamo dippiù : non cerchiamo nel Parini o nell'Alfieri il soffio del pensiero o del sentimento innovatore nel campo politico, il concetto determinato dell'avversione allo stra- niero dominatore, dell'indipendenza nazionale. Fu la loro una poesia civile, non una poesia patriottica, almeno nel senso politico che si diede a questo appellativo.
CAPITOLO II.
Per il classicismo al Romanticismo.
[1789-1830].
§1-
La rivoluzione
e i primi accenni del Romanticismo.
La rivoluzione italiana. — Suoi legami con la Storia della civiltà e collo svolgimento dell'idea rivoluzionaria. — 11 rinverdire del classicismo e le nuove tendenze dello spirito. — Primi accenni del Romanticismo. — Mel- chiorre Cesarotti. — 1 poemi ossianescKi. — Il Saggio sulla filosofia delle lingue, e la teoria linguistica. — I pu- risti. — G. F. Galeani Napione. — Antonio Cesari.
La rivoluzione italiana non ha dapprincipio alcun carattere politico nazionale; essa non è che un episodio della grande rivoluzione d«llo spirito moderno contro l'assolutismo, comin- ciata, come dissi, con l'evo moderno. La Riforma proclamò la libertà di coscienza contro l'asso- lutismo religioso; le guerre di Fiandra al tempo di Filippo II, d' Inghilterra al tempo di Grom- well, e quella per l'indipendenza americana pro- clamarono i diritti degli Stati contro l'assolu- tismo politico.
Primi accenni del Romanticismo. 01
Rimane l'ultimo atto da compiere: la procla- mazione dei diritti dell'uomo contro l'assoluti- smo civile ; in ciò sta la vera grandezza della Rivoluzione francese, preparata in Francia dagli Enciclopedisti, in Italia dagli eruditi, dai giure- consulti, dagli economisti, dai filosofi.
Senza la Rivoluzione francese neanche la ri- voluzione italiana sarebbe avvenuta, e la nostra servitù politica avrebbe durato forse ancora pa- recchi secoli.
Ma i primi effetti politici della Rivoluzione francese furono in Italia contrari al propo- sito suo.
Abbiamo visto il Parini chiuder la sua vita inneggiando al ristabilimento dell'ordine in un biblico sonetto, in cui gli Austriaci appaiono sotto le spoglie di Daoidde in sul pendio di Te- rebinto, i Francesi sotto quelle de' predatori Filistei.
Né diversamente poteva attendersi da chi, come l'Alfieri ed il Parini, nel decennio ultimo del secolo aveva visto l'invasione fulminea d'I-, talia per le armi repubblicane, e lo sfasciarsi, dinanzi a quell'uragano, di tutti gli Stali italiani, e l'istituirsi, in lor luogo, di repubbliche effi- mere, e il cader del Piemonte, la più antica mo- narchia italiana, in mano dei Francesi, e il tradimento di Gampoformio, che dava misera fine a quattordici secoli di libertà e di potenza della più vetusta e gloriosa repubblica : la Ve- neta.
Quali erano stati i metodi della conquista ?
02 II moderno ri ano o amento.
La spogliazione ufficiale, e la ladreria privata, sotto il manto di quella proclamata libertà, di cui il Monti fa dir dal Parini,
' Che libertà nomossi e fu rapina ».
Tali le condizioni al principio del secolo no- stro; in politica l'ondeggiar incerto tra l'as- solutismo monarchico e un miraggio di libertà repubblicana, senza alcun determinato disegno di redenzione politica nazionale; in letteratura il classicismo rifiorente con indirizzo affatto nuovo, cosi nel contenuto, come nella forma ; e al dissopra di tuttociò, onore del pensiero italico, il largo volo e l'acuto sguardo del filo- sofo, che si riallaccia per la profondità del pensiero al Vico, si spinge con la visione si- cura nell'avvenire. Rappresentanti delle ten- denze politico-letterarie sono due poeti, ben di- versi tra loro :
Vincenzo Monti, l'ingegno vario, ricco, facile, versatile, « il Metastasio mutabile » di questa fase letteraria, come lo disse il Carducci (l), anima al vento, che nella volubilità del suo carattere non seppe, in quella confusione, trovar la sua via, e si lasciò trascinar dagli avveni- menti dietro a Papa Braschi, alla rivoluzione , alla repubblica, all'impero, alla restaurazione;
Ugo Foscolo, repubblicano nell'anima, con Napoleone e contro Napoleone, indomito, ar- dente nelle passioni, prima quella per l'Italia cui diede tutto se stesso.
(1) Del Rinnov. lett. in Italia ; Opere, Voi. I, p. 300.
Primi accenni del Romanticismo. 03
Rappresentante dell'indirizzo filosofico é G. Do- menico Romagnosi, continuatore delle tradizioni scientifiche novatrici del 700, precorritore della scienza politica del secolo XIX.
Ho detto che il classicismo dall*89 in poi rin- verdisce per novelle fronde con le nuove ten- denze dello spirito.
Ma, accanto ad esso, e per effetto di quelle stesse nuove tendenze dello spirilo, s'inizia an- che quel fenomeno letterario che prenderà poi nome di romanticismo.
Il romanticismo aveva già avuto accenni in Italia nel secolo XVII: nelle pagine della Fru- sta letteraria, nel Frammento sullo stile e nelle Ricerche intorno alla natura dello stile di Ce- sare Beccaria (dove già s'accennano i principi morali-letterari che s'esplicheranno cinquan- tanni più tardi nel giornale dei romantici, il Conciliatore); nelle teorie svolte da Antonio Conti, come nelle Fiabe di Carlo Gozzi, detto, dal Klein, per esagerazione, padre del roman- ticismo (1), che avevan per intento la ricerca di quell'elemento fantastico popolare che era l'a- spirazione dell'arte nuova. Contemperatori del- l'arte classica con gli ideali romantici tedeschi erano stati il Bertòla, traduttore ed imitatore del Gessner, il Rolli che volse in italiano il Paradiso perduto di Milton, e compose anch'e- gli idilli gessneriani, ed altri ancora.
(1) Geschichte des Dramas, citato in Finzi : Lezioni di S. d. L. IL Torino, Loescher, 1891, v. IV, p. I, pag. 34.
94 // moderno rinnovamento.
Ecco alfine Melchiorre Cesarotti.
Nato a Padova nel 1780, studiò retorica e ne fa tosto pro- fessore nella famiglia Grimani di Venezia; quivi conobbe Ga- spare Gozzi e un inglese, Carlo Sackville, che gli die notizia dei poemi dell'Ossian, bardo scozzese, così almeno credevasi ; innamoratosi di questi canti originali e fantasiosi, si diede a studiarne la lingua e, in breve appresala, li tradusse. Tornò poi a Padova nel 1778, prima professor di greco e d'ebraico all'Università, poi segretario dell'Accademia di scienze, let- tere ed arti; nel 1797 ebbe da Napoleone titolo e stipendio di professore soprannumerario. Mori nel 1808.
Tra le opere numerosissime sue, che nella prima edizione occuparono ben 40 volumi, notiamo : in poesia:
la traduzione dei poemi di Ossian ;
un infelice tentativo di rammodernamento dell'Iliade di Omero, col nuovo titolo di Morte di Ettore;
Rime oggi dimenticate, ed altro ancora; in prosa:
una versione dell'Iliade;
il Corso ragionato di letteratura greca ;
il Saggio sulla filosofia delle lingue.
Le due opere alle quali il Cesarotti deve il posto ch'egli occupa nella storia letteraria sono : I poemi di Ossian, versione poetica dalla prosa inglese, e il Saggio sulla filosofia delle lingue; esse rappresentano il più notevole contributo al moto romantico in Italia sul finire del secolo XVIII.
Con la prima, invero, data in luce nel 1763, il Cesarotti prestò validissimo aiuto alla rea- zione contro gli eccessi del classicismo. L'o- pera originale era un falso compiuto da uno
Primi accenni del Romanticismo. 95
scozzese, Giacomo Macpherson, che aveva finto d'aver raccolto, dalle labbra di montanari scozzesi, antichi canti caledonici di Ossian, di Fingal suo padre, di Temora e di pubblicarli tradotti dall'antico gaelico in prosa inglese. La mistificazione, compiuta con molta arte, ingannò tutti e fece molto rumore ; e si celebrò il pro- fumo popolare e medioevale di quei canti bar- dici che in una forma fantasiosa e colorita svolgevano leggende poetiche, ricche di rap- presentazioni fantastiche e paurose, di affetti profondi, di cupe tristezze, di malinconia se- vera. Tosto simili elementi si diffusero per tutte le composizioni della nuova letteratura che già spuntava in Inghilterra, in Germania, in Francia.
In Italia essi giunsero abbelliti nello sciolto cesarottiano, che ben si conveniva, nella sua sostenutezza e nell'efficacia eoloritrice, al carat- tere sentimentale, accorato e in pari tempo ima- ginoso della poesia ossianica.
Per tal modo si iniziava e determinava il nuovo indirizzo della poesia, tendente a sosti- tuire al mondo delle concezioni artistiche del- l'antichità un nuovo mondo di costumi, di tra- dizioni, d'imagini, di forme, e alla complessa e vieta mitologia tutta una nuova popolazione di fate e di lemuri; e il fatto che questo genere era nuovo e, come tale, attraente, ne cresceva l'am- mirazione e l'imitazione.
Così il Cesarotti eccedè nell'ammirazione spingendosi a proclamare i poemi ossianeschi
96 11 moderno rinnovamento.
il miglior modello di poesia popolare, e a ten- tar di raffazzonare sul loro modello l'Iliade, travestendola in una infelice Morte di Ettore, che fu giustamente posta in caricatura con l'a- spetto d'un damerino azzimato alla moda del giorno, e avente tra le spalle la cieca e carat- teristica testa di Omero.
Mentre i poemi di Ossian andavano a ruba in Italia, e con essi le ballate di Bùrger, e il Werther di Goethe, che procedevano diretta- mente dall'imitazione di quelli, ecco il Cesarotti sollevare con altra sua opera, nuova contro - versia in prò' delle idee innovatrici.
La controversia della lingua, già agitata (1) gli dettava nel 1785 il Saggio sulla filosofia delle lingue, nuova, ardita ed importante scrittura.
Il Saggio propugnava teoricamente quei prin- cipi linguistici che già l'autor suo e molti con lui avevano cominciato a tradurre in pratica nelle loro opere: piena libertà nell'uso della lingua, necessità di conservarla indipendente da autorità di scrittori, poiché, derivando ogni lin- gua dall'accozzamento di vari dialetti, senza disegno prestabilito, per libero consentimento della nazione, l'uso di essa, non può ricever li- mitazione né dai precetti di un individuo, né dalle leggi di un'accademia (era allusione, per l'Italia, aìYAceademia della Crusca). Il Saggio affermava infine doversi la lingua muovere con la vita e il pensiero del popolo, con il diritto
(1) Vedi p. 36.
Primi accenni del Romanticismo. 97
nel popolo stesso di introdurre novità di frasi e di parole, a mano a mano che nuovi fatti intellettuali e scientifici vengono accrescendo il patrimonio del pensiero comune ; solo giudice dell'ammissibilità dei nuovi modi, il consenso e l'uso comune.
Concludeva il Cesarotti invocando la forma- zione di una lingua comune italiana costituita da tutti i nostri dialetti (1).
Il Saggio segna certo il più notevole assalto dato al purismo immobile e pedantesco, il primo grande passo nella trattazione scientifica della questione linguistica, per la bontà dei concetti e la vigoria dell'argomentazione.
Ma l'applicazione che il Cesarotti e peggio di lui molti altri parevano voler fare dei pre- cetti in esso contenuti, snaturando e corrom- pendo la nostra lingua', imbarbarendola special- mente con l'intrusione di gallicismi derivati dalla diffusa letteratura degli Enciclopedisti, rese molti degli ingegni italiani più ripugnanti che non sarebber forse stati ad accettar la teoria. L'oppugnò Gianfrancesco Galeani Napione pie- montese, pubblicando nel 1791 un trattato Dei- Vaso e dei pregi della lingua toscana, nel quale con caldo sentimento d'italianità, mentre con- veniva col Cesarotti nel voler la lingua d'uso facile e popolare, rigettava la pretesa di lui di
(1) Cfr. G. Mazzoni : La questione della lingua nel secolo XVIII, in : Tra libri e carte, Roma 18à7 ; e Turri : Diz. St. man. della L. IL Paravia, 1900, a : Cesarotti.
Ferrari. 7
98 11 moderno rinnovamento»
lasciar aperto il vocabolario anche a parole straniere, proclamando che « la lingua è uno dei più forti vincoli che stringa alla patria (1) ». Più forte e più rigido e corretto campione — che il Galeani fu prolisso, pesante e non sem- pre puro egli stesso — trovò il purismo nei sa- cerdote veronese Antonio Cesari (1760-1828]. Questi, cresciuto a saldi studi classici,
imitatore del Boccaccio nelle sue Novelle, sostenitore dei trecentisti come modelli di lingua nei suoi dialoghi Le Grazie, ammiratore di Dante nelle sue Bellezze della Commedia, iniziatore nel 1806 di una riedizione notevolmente accresciuta del Vocabolario della Crusca,
in una sua dissertazione premiata nel 1808 dal- l'Accademia italiana di scienze, lettere ed arti, tentò riassoggettare la teoria della lingua ai principio di autorità, mentre il Cesarotti s'era sforzato di darle leggi scientifiche. Avrebbe vo- luto il Cesari che si tornasse alla pura lingua dei trecentisti e dei più purgati cinquecentisti, sostenendo che l'introduzione di nuovi vocaboli non era arricchimento per una lingua, bensì imbarbarimento e corruzione.
Lo sforzo era vano e retrogrado nella sua esagerazione e solo giustificato dalla licenza che ormai — esagerando o falsando la dottrina del Cesarotti — guastava e inquinava la nostra lingua.
Frutto delle esagerazioni dell'uno e di quelle
(1) Lib. I, Gap. I, 8 I del Trattato.
Primi accenni del Romanticismo. 9!)
dell'altro fa un accalorarsi, un allargarsi della disputa, un agitarsi di letterati in prò' dell'una e dell'altra opinione, che occupa oltre gli ultimi decenni del secolo XVIII, i primi del XIX, e che, fortunatamente, in conseguenza dell'asso- darsi e del determinarsi delle dottrine roman- tiche si fa più limitata e ragionevole quanto più s'accosta a noi.
§ II.
Vincenzo Monti — Ugo Foscolo.
In tali condizioni letterarie e politiche, nel vigoreggiar di queste opposte dottrine, in un momento dunque incerto, combattuto, ondeg- giante, si forma, si esplica letterariamente e spiritualmente Vincenzo Monti.
Nato nel 1754 alle Alfonsino presso Ferrara, da padre agri- coltore, Vincenzo Monti rivelò, giovinetto ancora, l'incli- nazione sua alle lettere, interrompendo gli studi legali che il padre gli aveva fatto intraprendere all'Università di Fer- rara, per dedicarsi allo studio di poeti antichi e recenti, di cui fu primo frutto la Visione di Ezechiello, poemetto d'imi- tazione dantesca, dedicato da lui al Cardinal Borghese, legato pontificio a Ferrara. Ciò gli valse d'essere nel maggio dell' 87 invitato a seguire quel Cardinale a Roma, dove, accolto Del- l'Accademia dell'Arcadia, scrisse le sue prime poesie, fra le quali riscossero maggior plauso l'ode : Prosopopea di Pericle (riedita in miglior forma nel 1823), e la cantica in terzine : La Bellezza dell'Universo, scritta per celebrar le nozze dei Duca Braschi, nepote di Pio VI pontefice. Passò allora [1781], ai servigi del Duca stesso come segretario, mentre stringeva amicizia coi più illustri letterati ed eruditi, primo fra i quali
Vincenzo Monti. 101
Ennio Quirino Visconti, celebre archeologo, che gli fu poi guida ed esperto consigliere.
Cantato col nuovo poemetto II Pellegrino Apostolico [1782] il viaggio di Pio VI a Vienna per ottenere da Giuseppe II una mutazione — invano chiesta — nella politica ecclesia- stica dell'Impero, a Roma egli compose odi e tragedie e nel 1793 pubblicava incompiuta una cantica per l'uccisione di Ugo Basseville segretario della legazione francese a Napoli, e la prima parte di un poemetto, La Musogonia, ambedue contrarie agli eccessi della rivoluzione francese, per allonta- nare i sospetti che l'amicizia sua con il Basseville e i suoi sentimenti liberali avevan destati nella Curia.
La BassviUiana non conseguì lo scopo politico che egli se ne riprometteva ; le accuse e le calunnie continuarono e lo costrinsero ad allontanarsi segretamente Ma Roma con la moglie Teresa Pickler romana, sposata nel '91, e passare col Marmont, aju tante di campo di Napoleone, a Bologna e a Firenze, dove fece esplicita professione di fede democratica con altri carmi e con il primo canto del Prometeo, poemetto in isciolti dedicato a Napoleone.
Ma a Milano, dov'egli venne nel '98, poca fede si prestò alla sua conversione ; fu arsa dai nemici suoi pubblicamente la BassviUiana, egli fatto segno ad attacchi violenti, dai quali lo difese il Foscolo, allora suo fidato amico, tentando scagionarlo con l'Esame sulle accuse contro V. M. Pur tut- tavia, il M. ottenne la nomina a futuro successore nel posto tenuto dal Parini, e in compenso concorse con un inno a fe- steggiar la decapitazione di quel Luigi XVI che aveva cele- brato e compianto nella Bassvilliana.
Esule a Parigi, quando cadde la repubblica cisalpina, de- mocrateggiò nel Gaio Gracco, sua terza tragedia. Salutò con l'ode famosa: Bella Italia, amate sponde..., la vittoria di Marengo e rientrò in Italia, prima professore d'eloquenza e poesia a Pavia, poi Poeta del governo italiano e assessore per le Beile Arti nei loro rapporti colla letteratura, con 8837 lire tra stipendio e pensione.
102 // moderno rinnovamento.
A Napoleone imperatore, poi a lai, sposo di Maria Luisa e padre del re di Roma, indirizzò cantici, poemetti, liriche.
Tornati gli Austriaci conservò incarichi e stipendi al tutto o quasi, festeggiando i nuovi dominatori con cantate, inni e azioni drammatiche, collaborando al giornale La Biblioteca Italiana, da loro fondato con l'intento di rendere accetto o almeno tollerato il governo austriaco. Gli ultimi undici anni della sua vita dedicò a questioni filologiche e alla diatriba contro i romantici, stampando la Proposta di correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca e il Sermone sulla Mitologia.
Colpito da due successivi accessi di emiplegia, mori a Mi- lano il 18 ottobre 1828.
Innumeri e molteplici le sue opere; tra esse si annove- rano : *
poemetti e cantiche, fra cui, oltre i nominati :
La Mascheroniana, in morte di Lorenzo Mascheroni , in cinque canti, incompiuta;
IL Bardo della Selva nera, poemetto epico-lirico di sette canti, parte in isciolti, parte in ottave, dedicato a Napo- leone :
La Feroniade, incominciato nel 1828 e rimasto incom- piuto ;
Uriche varie ;
tre tragedie: Aristodemo, Galeotto Manfredi, Caio Gracco ;
traduzioni poetiche ; fra cui di capitale importanza quella dell'Ilìade in endecasillabi sciolti; Opere in prosa:
lezioni, lettere e dialoghi critico-letterari; epistolario;
la già accennata Proposta di [alcune correzioni ed ag- giunte al Vocabolario della Crusca.
La vita di quest'uomo innegabilmente grande nella nostra letteratura, ve ne dice il carattere ;
Vincenzo Monti. 103
dirò anzi meglio che la vita e il carattere di lui si spiegano vicendevolmente. Il carattere fu cedevole, leggiero, opportunista, si direbbe oggi : questa é la causa determinante delle innegabili tergiversazioni confessate, almeno in parte, dal M. stesso in un capitolo: La superstizione, e in una lettera a Francesco Salfi. Ma quel capi- tolo contiene anche la confessione delle cause occasionali; a proposito dell'antiliberalismo della Bassviiliana, il M. scrive:
• ... di padre e di marito cura Costrinsemi mentir volto e favella, £ reo mi feci per udir natura „.
Così é. Le angustie dell'ambiente domestico nella puerizia causarono torse la debolezza del carattere ; « furor de' sacerdoti », accanimento di nemici, di avversari, di calunniatori, angustie e turbamenti coniugali provocati dalla rapacità, dalla smania di lusso della moglie, ristrettezze finanziarie e bisogno di guadagno, sfruttaron quella debolezza, trascinandola ad atti che, chec- ché ne dicano i difensori del M., si possono spiegare ma non legittimare, e non consentono di concludere col M. stesso che:
• Non merta rossor colpa si bella ».
Ma del M. s'ha a far tutt'altro giudizio, chi lo consideri nel suo valor letterario. Certo egli é, fra gli uomini del suo tempo, l'ingegno più largamente eclettico, certo quella versatilità che nel carattere non gli giova, diviene universalità potente dell'ingegno a cimentarsi, agile e forte
104 11 moderno rinnovamento.
ad un tempo, nelle più svariate forme di poesia, dalla tragedia all'ode, dalla cantica alla versione poetica, serbando pur tanta vigoria da poter attendere negli anni della vecchiaia a ponderosi studi critici e filologici.
Dotato di larghissima e soda coltura, inna- morato dei classici, dell'arte dei quali è, dopo l'Alfieri e il Parini, il più efficace e felice rav- vivatola e rammodernatore, il continuatore più originale, V. M. ha inoltre questo di particola- rissimo, che egli é scrittore sincero. S'intenda bene ciò che questa frase significa. 11 M. non ha mai coltivato l'arte per l'arte, né ha mai finto un calore ch'egli non sentiva ; non le pa- role eran mutevoli ma l'animo, e dell'animo egli esprimeva i moti anche inneggiando a principi ed a poteri opposti.
imitatore del Minzoni dapprincipio, scrisse sonetti sonori e coloristi ; ma ben presto, stan- catosi dei soliti argomenti storici e religiosi di questo genere di poesia, fu arcade e canzonet- tista erotico ; né da questo genere soddisfatto, volle anch'egli, come il Varano, ma con ben altra potenza di volo, cimentarsi all'imitazione di Dante, dopo aver imitato il Varano stesso con la Visione di Ezeehiello e con la Bellezza dell* Universo, che qualcosa anche, come lo Zumbini dimostrò, derivò dal Paradiso perduto di Milton.
Quind'innanzi fino alla fine del secolo è un susseguirsi di creazioni liriche del M., nelle quali la calda rappresentazione poetica dei fatti,
Vincenzo Monti. 105
degli affetti, si accorda mirabilmente con Tonda dell'armonia, con la perfetta fattura e la musi- calità del verso.
Tale YOde a Montgolfter, sui progressi della scienza areonautica, che ha del fare oraziano, e i quattro sonetti Sulla Morte di Giuda, po- tenti, specie i tre primi, per efficacia rappre- sentativa e vivezza di colorito. Ma le qualità precipue del M. : abbondanza e grandiosità d'im- magini classiche, potenza di volo poetico, vi- goria di descrizione viva, calda, ricca di rilievo, apparvero nei poemetti di lui e specialmente nella Bassvilliana [1793], che contempera l'inspira- zione dantesca con quella di Klopstock, dal Mes- sia del quale il M. trasse l 'idea fondamentale.
Le peregrinazioni dell'anima di Basseville, per espiazione dei falli suoi condotta a rivedere e meditare ad uno ad uno gli strazi e gli eccessi della rivoluzione, offrono occasione ad un canto meraviglioso per forma, antico nell'arte, mo- derno per l'argomento in cui concorrono la storia, la politica, la religione; e quest'ultima trionfa narrando l'ingresso dell'anima d'Ugo nell'eterna gloria del cielo.
Dal '97 in poi il poeta s'abbandona al vortice della rivoluzione e s'infiamma sinceramente delle idee liberali, e di colui che ne è il faro splendente : Napoleone. I suoi versi « corrono per il regno d'Italia superbi d'empito e di ful- gore, come gli squadroni di cavalleria del re Murat (1) ».
(1) Carpuccj, Del rinnov, lett. if, Op. Voi. I, p. 302.
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Ecco il Prometeo, poemetto in isciolti di me- ravigliosa fluidità e bellezza, che in uno stile semplice, preciso, forte, compendiante l'eleganza virgiliana e la grandezza omerica, celebra il Bonaparte quale redivivo Prometeo rigenera- tore degli uomini. Ecco 11 Fanatismo, La 5«- perstizione, Il Pericolo, poi, per Napoleone re d'Italia, Il Beneficio, Il Bardo della Selva Nera, La Spada di Federico, splendidi per forma, eccellenti per arte, nel contenuto sempre più dantescamente violenti contro la Chiesa.
Alle opere sin qui notate, s'aggiungano, per toccare solo delle maggiori :
La Musogonia, poemetto ispirato da Esiodo, dove il poeta narra la generazione delle Muse ; iniziato a Roma come pura opera letteraria si tramutò in opera politica più tardi, e con- dusse le Muse peregrinanti da Roma alle selve nordiche, a ridiscender finalmente in Italia ac- compagnate dalla filosofìa, per cantare il risor- gimento della libertà ed il trionfo della ra- gione;
La Mascheroniana, che in fiere e dantesche terzine piange nell'800 — Napoleone era as- sente, gli Austro-Russi in Italia, il M. a Parigi — i dolori della patria dopo la morte del Ma- scheroni ;
la Canzone, Bella Italia, amate sponde, di pindarico estro guerriero.
Al periodo nel quale il disgusto della politica indusse il M. a tornare alle Muse semplici e austere, appartiene la versione dell'Iliade, ini-
Vincenzo Monti. 107
ziata nel 1807, compiuta nel 1809, riedita cor- retta nel 1812. Alle versioni il M. già da tempo s'era addestrato vestendo le Satire di Persio, il più oscuro e laconico dei poeti latini, di bella ed efficace forma italiana. Ma egli tentò molto più ardua prova quando s'accinse a ricreare il poema omerico; fu infatti la sua una nuova creazione, la quale rivelò in lui il solo che po- tesse pareggiare lo splendore e l'ampiezza del- l'omerico canto ; a tale che essa, compiuta dal M. che non conosceva il greco, e fu perciò detto < Il traduttor dei traduttor d'Omero », offuscò tutte le altre versioni nostrali e straniere, otte- nendo la palma della fedeltà di versione e del- l'apparente originalità insieme, accoppiando l'ingenua semplicità classica e la moderna flui- dità armoniosa.
La felice disposizione — propria del genio — per cui il M. potè nella poesia tuttociò che volle, apparve anche nella tragedia. L'aveva egli tentata in Roma nel 1787, spinto all'emu- lazione dal plauso che l'Alfieri aveva riportato leggendo la sua Virginia lui presente ; del ten- tativo furon frutto: V Aristodemo in quell'anno, nel successivo il Galeotto Manfredi, nell'800 il Caio Gracco, ottima fra le tre ; che V Aristodemo, se è preferibile per splendidezza di stile e di verso, per verità di passione, per sapore di classicità, riman più bassa per istruttura, per vi- goria di pensiero e di dialogo.
Il G. Man/redi, tragedia domestica, risente d'una tal quale incertezza di atteggiamento tra
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classico e romantico ; essa deriva in parte dalla tragedia shakespeariana, di cui riproduce la strattura e i tipi; esempio il Zambrfno, che é non altro che Jago con le stesse arti, con la stessa figura morale.
Il Caio Gracco invece porta un'impronta tutta speciale. Cominciata nel '90, ma terminata dopo le fughe da Roma e da Milano, e le sofferenze e la miseria, ci senti vibrare gli affetti, i sen- timenti del poeta, fino a ritrovar particolari riscontri, quali ad esempio, quello fra le condi- zioni di C. Gracco scongiurato dalla moglie a non privar lei e il figlio del suo sostegno, e la scena fra il M. e la moglie, descrittaci nella Superstizione. Letterariamente C. Gracco è una tragedia romantica; oltre alle notevoli somi- glianze di talune scene con altre del G. Cesare dello Shakespeare, quei Romani hanno smesso il tragico paludamento accademico e prean- nunziano la tragedia del Niccolini ; si che si può affermare con questa sua opera avere il M. preparato la drammatica moderna, dove freme non l'anima di questo o quel protagonista ma l'anima dell'uomo, con le sue aspirazioni, i suoi vizi, le sue passioni.
La prosa del M. è meno abbondante ma notevole. Buone e ricche di sana dottrina, tutta italiana, presentata in forma attraentissima, le due prolusioni e le nove lezioni di elo- quenza tenute a Pavia; erudite le cinque lettere sul Cavallo alato d'Arsinoe, per interpretare un passo di Catullo nella Chioma di Berenice; ma più importante fra tutte, La Pro- posta di aggiunte e correzioni al Vocabolario della Crusca, della quale ci occuperemo tra poco.
Vincenzo Monti. 100
Riassumendo quanto s'è detto, il M. appare prender, come letterato, le mosse di là dove eran giunti, come culmine agognato, i suoi prede- cessori ; dalle imitazioni del Minzoni e del Va- rano, dalla poesia arcadica, dalla cetra ana- creontica, egli procede all'ode pindarica, alla tragedia euripidea, e risale a la regal fonte della poesia dantesca ed omerica, ma l'una e l'altra avvivando di tal potenza ricreatrice e ramino- dernatrice, da farsi una gloria incontrastata e tutta sua; sicché per questo lato giustamente lo disse il Tommaseo V ultimo de' sacerdoti della letteratura classica.
Ma fu veramente e in tutto classico il Monti ? Non risenti egli per nulla l'alito dei tempi nuovi? Non è chi possa disconoscere anzitutto che egli « seppe attingere con discernimento e con gusto alle letterature straniere, ciò che i suoi contemporanei facevano male > (1). Lo provano le ispirazioni prese da Milton, dallo Shakespeare, dal Klopstoch, lo prova il Bardo della Seloa nera, per argomento, per mosse, fin nei nomi, atteggiato sulla poesia romantica tedesca. E questo era, in fondo, mettersi sulla via del romanticismo.
Il M. fu dunque classico, ma d'un classicismo in parte modificato dalla forte personalità del poeta che, meglio ancora del Parini e dell'Al- fieri, tracciò la nuova maniera di attingere ai classici senza perdere originalità ; in parte tur-
(1) Carducci, op. cit., pag. 300.
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bato dall'incertezza vaga di chi, pur vedendo altri prender quello ch'egli giudica un dirizzone, non sa affermare falsa in tutto quella via.
In questo subir quasi involontariamente e incoscientemente l'influsso del novissimo indi- rizzo letterario, il M. ebbe compagno un altro potente ingegno; Ugo Foscolo, l'amico e il di- fensore suo dei primi anni di dimora a Milano, il suo avversario inconciliabile di poi, uno dei suoi successori nella cattedra di eloquenza a Pavia, quegli che rinunciò a dirigere la Bi- blioteca Italiana, mentre il M. v'accettava la collaborazione, insieme con l'Acerbi e con il Giordani.
Ugo Foscolo da Zante, dove nacque il 1778, da padre veneziano e madre greca, e dove rimase negli anni della sua infanzia e della sua puerizia, passò poi con la madre a Venezia. Qui compiè i suoi studi, iniziò la sua vita lettera- ria, frequentando il salotto di Isabella Teotochi Marin, dove conobbe il Cesarotti, il Bettinelli, il Pindemonte, il Bertóla, e componendo liriche, un' ode e una tragedia di non grande valore; qui s'accese di entusiasmo democratico per Napo- leone, che cantò liberatore; perseguitato dal governo, la- sciò la città per prender le armi come cacciatore volontario a Bologna [1797]. Tosto dopo rientrò a Venezia nei pochi dì di governo democratico che precedettero l'ignominiosa morte di Campoformio ; poi passò a Milano [1798] e quivi die presto prova della fierezza della sua natura, indirizzando al conquistatore, da cui sollecitava un impiego per vivere, la famosa dedicatoria dell'Ode A Bonaparte liberatore, in cui gli rimproverava l'obbrobrioso trattato di Campoformio. Oli anni successivi alternò fra gli studi e le armi,* combattendo a Cento, alla Trebbia, sostenendo con Massena l'assedio in
Ugo Foscolo» 111
Genova, militando in Francia, finché il 1808 lo ritrovò pro- fessore di eloquenza a Pavia.
Fa questo " il tempo della piena espansione di tutte le forze intellettuali ed affettive del poeta, alle quali una sola cosa mancò: il freno di una forte volontà che, contenendole, sa- pesse guidarle a méta sicura „ (1).
Fu il tempo della vita di lusso, di sfarzo, di eleganza, il tempo dei molteplici amori talora persino contemporanei, della più feconda operosità letteraria, della polemica col Monti, [1810], del hreve ritorno alle armi. Poi ecco sopraggiungere la caduta di Napoleone, il ritorno degli Austriaci, l'offerta al F. di dirigere la Biblioteca Italiana.
Il F., dopo qualche esitanza, la declinò, condannandosi così alla povertà ed all'esilio, prima in Isvizzera, poi in In- ghilterra.
La sua vena poetica era ormai e precocemente esausta, ed egli si dedicò a lavori d'erudizione, quali i commenti de' no- stri grandi trecentisti, conducendo intanto vita cosi disordi- nata, da esser persi n costretto talvolta, mal reggendosi in piedi, ad andare attorno vendendo qualcuno de' suoi libri per sfamarsi; e dovè per vergogna, celare il suo .nome; finché la pietà d' un deputato inglese gli offri confortevole asilo a Turnham-Green, villaggio sul Tamigi, poco lungi da Londra t dove il poeta morì nel settembre del 1827, confortato dalle amorose cure d'una sua figlia naturale.
Le sue ossa giacciono ora in Santa Croce a Firenze, ivi trasferite nel '71 dal cimitero di Chiswick dov'erano, state tumulate.
Le opere maggiori di lui sono : . In poesia:
I sepolcri, carme di 295 endecasillabi sciolti, pubblicato nel 1807 in occasione di leggi rigide e in parte improvvide
(1) Chiarini, U. F., in Vita Italiana durante la R. F., pa- gina 424.
112 lì moderno rinnovamento.
sui cimiteri, ma destinato a celebrar " nelle tombe, stimoli, eccitamenti, esempi di virtù nobili, generose e ispiratrici di poesia immortale „ ;
Le Grazie, carme che doveva essere in tre inni di ende- casillabi sciolti, ma rimase incompiuto e frammentario; con esso il poeta intendeva cantare " la civiltà umana nella vita e nell'arte, in Grecia, in Roma ed a Firenze „ ;
alcune odi, fra cui la citata a Bonaparte liberatore, e le due perfette a Luigia Pallavicini e All'amica risanata;
alcuni sonetti, tra i quali quello che dipinge il suo ritratto e i tre amorosi che il Carducci non esitò a proclamare " mi- rabili di novità, di purità, di movimento, vera lirica dell'af- fetto superiore ed intenso trasformato ed idealizzato ;
le versioni da poeti latini, greci e moderni, tra le quali notevoli : il felice volgarizzamento di molti canti dell'Iliade, e la versione della Chioma di Berenice. In prosa;
le Ultime lettere di Jacopo Ortis, il romanzo d'un'anima in cui due amori s'intrecciano, quello per una donna e quello per la patria e, delusi ambedue, persuadono il disperato atto del suicidio. Sotto la veste di Jacopo Ortis, si cela il P. stesso, sotto quella del suo confidente Alberani, G. B. Niccolini; la patria perduta è Venezia, nella donna amata si confondono tre e forse quattro figure di donne amate dal poeta (1) ;
le lezioni d'eloquenza pronunciate a Pavia, e principale, la Prolusione sull'Origine e ufficio della letteratura ;
gli studi preposti all' edizione di Dante e del Boccàccio e il commento al Petrarca.
Fra le minori opere vanno annoverate: tragedie (Tieste, Aiace, Ricciardo)] molte liriche; scritti politici, scritti di letteratura; V epistolario che s'è venuto ognor più arricchendo, a maggior luce della vita materiale e affettiva del poeta.
(lì Cfr. Chiarini ; 1 e, p. 414 e 423-24.
Ugo Foscolo. 113
Il F. fu. e rimane una delle più notevoli e notate figure d'uomo e di letterato.
Come uomo ebbe da natura vizi e virtù, grandi queste come quelli; condusse una vita sregolata, di dissipazione, deplorevolmente mu- tevole ne' suoi amori, e tuttociò merita severo giudizio. Gionostante il Foscolo mori compianto, amato ed ammirato da quanti avevano cono- sciuto in lui il cittadino ardente per la sua patria d'un amore fremente, sublime, da quanti • leggendo i suoi versi si sono sentiti far mag- giori e migliori di sé stessi, e risvegliare, per il fascino di quella poesia, le più nobili ener- gie dell'animo e deliamente.
Di fronte e a contrasto della figura morale del Monti cosi debole e incerta, cosi priva di azione e di efficacia direttamente patriottica, nei momenti in cui questa azione si faceva di di in di più naturale e necessaria, s'accampa, forte nella virtù patria come nelle passioni, il fulvo poeta di Zante, bello di tutta la bellezza maschia e indomita del suo amore per l'Italia.
Richiamar qui tutti i passi, o i principali solo delle prose e delle liriche di lui, dove questo suo amore si palesa con una virtù suggestiva che è più facile provare che descrivere, sarebbe tentare opera vana.
Oltre ad innumeri passi d'altre opere, biso- gnerebbe riassumere tutta la prolusione Del- l'officio della letteratura, riportare, intero o quasi, il carme eterno de' Sepolcri, che tutto esso freme, come l'ossa dell'Alfieri, amor di pa-
Ferrahi. 8
114 11 moderno rinnovamento.
tria, dalla meravigliosa apostrofe a Firenze, sor- risa da tanta festa di cielo, di valli e di col- line e d'aure pregne di vita,
" Ma più beata che in un tempio accolte Serba l'itale glorie, uniche forse Da che le mal vietate Alpi e l'alterna Onnipotenza delle umani sorti Armi e sostanze c'invadeano ed are E patria e, tranne la memoria, tutto „
sino all'imponente, epico quadro della chiusa, cui è tragico sfondo
■ Ilio rasa due volte e due risorta Dalle ceneri sue,,
teatro il mausoleo dei primi principi d'Ilio, e fatidica protagonista,
" Cassandra, allor che il nume in petto Le fea parlar di Troia il di mortale ,,
non per celebrarne la grandezza e la gloria ma per far
" Santo e lacrimato il sangue Per la patria versato, infin che il sole Risplenderà sulle sciagure umane ..
Basti dunque ricordare il giudizio che del F. cittadino diede uno di coloro che più alta- mente e vivamente sentirono l'Italia, e la vol- lero libera e grande per i suoi cittadini : Giu- seppe Mazzini. Egli, con quella larghezza di visione politica e letteraria insieme che lo spe- cifica, dedicò al F. un culto, e disegnandone la biografia, disse di lui che aveva fatto tanto per l'Italia che si poteva affermare che se noi « oggi siamo oltre politicamente e letteraria-
Ugo Foscolo. 115
mente, ciò è perchè siamo nati più tardi, e senza di lui forse non saremmo dove siamo ». Voleva il Mazzini « proporne l'esempio ai gio- vani perchè v'imparino l'ufficio e la dignità delle lettere e le virtù d'indipendenza, di co- raggio e d'amor patrio che sole fruttano agli scrittori fama duratura, e quel che più monta, pace e sicurità di coscienza».
Di più nel F. ci piace, ci avvince la fiera sincerità del carattere, che si rivelò dai pri- mordi della sua vita di uomo e di letterato, fa- cendogli ostentare a Venezia la sua povertà e il suo abito logoro, come dettandogli il famoso « No » risposto a chi gli chiedeva di intercalare nella sua prolusione qualche parola di lode all' Imperatore ; quella fierezza per la quale « chiedeva quasi in tuono di comando, e riser- bandosi piena la sua libertà di giudizio e di parola » ; quella fierezza che gli permise di scrivere, certo pensando a sé stesso : « Io re- puto venerabile e magnifica la povertà di colui che non ha mai prostituito il suo ingegno al potere, né la sua anima alla sventura ». Final- mente ci persuade la simpatia il pensiero che il F. dai suoi difetti dedusse tormenti, sofferenze, privazioni, quasi espiatorie, non agiatezza ed onori, e trovò consolazione a tutto nella vita del pensiero. Né d'altronde la mutevolezza di quel cuore si può scambiare con la volubilità, tanto appaiono ardenti, vivi, veri gli impeti di- sordinati dell'affetto che la determinano.
L'anima del F., di questo ammiratore del
116 11 moderno rinnovamento.
Byron, che da giovane s'era deliziato « mor- morando i patetici versi di Ossian », che diceva « il mio amico Amleto >, l'anima, dico, del F. fu romantica prima del Romanticismo (lì, stanca e dolorante prima del pessimismo, patriottica prima del patriottismo ; l'ingegno suo poetico fu essenzialmente lirico, e queste due disposizioni di sensitività dell'animo, e di eccitabilità lirica della mente costituiscono il principal criterio di giudizio dell'opera sua di letterato, che da esse tutta s'impronta.
Per esse il F. fu inferiore al Monti nelle tra- duzioni, quella dell'Iliade compresa, quantunque molto meglio di lui conoscesse la lingua d'O- mero; troppo fervida era l'immaginazione di lui perchè egli non isnaturasse, improntandola a caratteri suoi personali, l'opera presa a tra- durre; sicché ne soffri la fedeltà non tanto let- terale quanto spirituale della traduzione. Lirico ancora fu il F. in alcune satire da lui composte e nelle tragedie, che non hanno, le une e le altre, grande valore letterario, se non per gli squarci di poesia narrativa e descrittiva che contengono. Sommo invece il pregio delle li- riche, dei Sepolcri, somma l'arte delle Grazie.
Nelle liriche fu dapprincipio imitatore, con il Sa violi ed il Vittorelli, delle grazie anacreontiche e tibulliane, col Bertela traduttore e riprodut- tore della lirica straniera moderna ; risenti poi
(1) Cfr. Graf., in Foscolo, Manzoni e Leopardi. Rileggendo le ultime lettere di J. O.
Ugo Foscolo. 117
nella poesia morale e civile l'influsso del Paruri, quello del Fantoni, del Monti nel fare imma- ginoso, dell'Alfieri nelle canzoni politiche; e in questo eclettismo poetico educò quell'arte cosi colorita e varia e forte, che sbocciò nelle Odi e nei sonetti composti fra il 1798 e il 1803. I sonetti tramezzano la sentimentalità affettuosa del Petrarca con l'energia appassionata del- l'Alfieri, le odi in più luoghi richiamano, per la leggiadria delle similitudini, per la eleganza classica delle immagini, per il concorso vitale dell'elemento mitologico, la lirica pariniana, avvivata però dalla mobile fantasia, dalla vi- vacità sentimentale del nuovo poeta ; il quale tosto si rivelò particolarmente atto a rivestire la modernità delle sue idee e delle sue passioni di quei senso, cosi vivo in lui, dell'arte e del- l'antichità ellenica.
Tale peculiare attitudine, e tutte le doti d'arte e d'ingegno, s'addensano nell'opera massima del F., dico il carme : / sepolcri, dedicato a I. Pe- demonte. In esso, prese le mosse dalla benefica illusione di poter rivivere un giorno con i cari estinti e gli estinti con i superstiti, il poeta si lancia al volo fantastico forse più fervido e po- tente che la nostra lirica possa vantare. Nei Sepolcri il poeta tutta ricorre la storia della religione dei defunti, tutta ne lumeggia la sa- pienza e l'efficacia morale e civile, epicamente chiudendo il carme con la visione del sepolcro dei Dardanidi eternato dal canto di Omero, sacro alla venerazione dei pellegrini, come fu
118 11 moderno rinnovamento.
sacro un tempo alle donne di Troia, che ad esso venivano con le chiome disciolte, a pregar lon- tana la morte dei congiunti, lontana la fatai distruzione della città ; in quel sepolcro appare, fatidica figura, Cassandra vaticinante il cieco poeta che perpetuerà col canto la virtù dei vin- citori non men di quella dei vinti caduti pu- gnando per la patria.
S'è dibattuta a lungo, né è ancor bene risolta, la quistione se il F. abbia tratto l'ispirazione prima del suo carme dalla notizia avuta che il Pindemonte attendeva ad un poema in quattro canti sui Cimiteri; certo innegabile influenza nell'ideazione dei Sepolcri esercitarono le poesie sepolcrali anteriori italiane e straniere. Ciono- nostante rimane intera l'originalità e la bellezza del carme, tanta è l'impronta personale che il poeta seppe dare ad argomento comune, tanto largamente egli spaziò nel campo della storia e della fantasia, tanto vigorosa fu la significa- zione civile e patriottica dei Sepolcri. Qui l'atteg- giamento classico del pensiero non è per nulla sforzo d'imitazione, ma frutto di spontanea fe- condazione della mente; qui solenne lo stile, qui ricche, lussureggianti, splendide le imma- gini, meravigliosa l'arte e la musicalità del verso, perfetta la contemperanza di tutti i ge- neri di poesia, dall'elegiaco e didascalico, al satirico, dal lirico al drammatico e all'epico.
Rispose al F. il Pindemonte con un'Epistola ; il Torti nel 1808 tentò compendiare, pure in una Epistola, i concetti dei due carmi e notarne i
Ugo Foscolo. 119.
pregi ed i difetti; tradusse il Borgno in versi latini la poesia foscoliana, ma niuno seppe non che toccare, avvicinare le altezze signoreggiate nei Sepolcri.
Né fu pari a sé il F. stesso, che più non gli sgorgò dalla penna cosi larga e calda onda di ispirata poesia. Il tentato carme, Le Grazie, pur tanto a lungo accarezzato [1803-1822], rivela an- cora la fervida immaginazione del poeta spa- ziente per tutto l'universo storico e sensibile, è ricco di rappresentazioni vivaci, di passaggi rapidi e sublimi, di brani poetici non men per- fetti che nei Sepolcri ; ma esso è innegabilmente sovrabbondante di rappresentazioni mitologiche, di contenuto allegorico, di astrattezze metafì- siche, che troppo diluiscono nel fondo didattico Timmaginazione poetica, e tolgono molto di ca- lore e di spontaneità a quella poesia. L'è Grazie rimangono quindi eccellente lavoro di stile, squisita esercitazione poetica, tale che supera di gran lunga la Feroniade del Monti : ma si Tuna che l'altra, scarse di calore, incompiute ad onta dell'insistente lavoro, mostrano che i due poeti, sentivano ormai vicina al tramonto la scuola poetica classica.
Invero quindi innanzi il classicismo cesserà d'essere una scuola letteraria, e sarà dischiuso solo a quei grandi che sapranno, intesa e pe- netrata la bellezza antica, farne sangue delle lor véne, fremito della loro anima, forza al re- migare della loro alata fantasia ; non più l'imi- tazione classica farà grande il poeta, ma il
120 // moderno rinnovamento.
grande poeta potrà disvelare lo splendore del- l'arte classica ; così per il Leopardi, cosi oggi per il Carducci.
Le Ultime lettere di Jacopo Ortis, sono il tratto d'unione fra il F. poeta e il prosatore. Frutto d'un'elaborazione durata forse dal 1796 al 1802, questo romanzo intorno al quale grande fu e ancor dura la discussione, per decidere quanto influsso v'abbia avuto il Werther del Goethe, quanta parte esso rinarri della vita ma- teriale e affettiva dell'autore, inizia veramente la serie dei romanzi moderni italiani.
Il disegno è molto semplice e non nuovo; po- chi gli attori e i più scoloriti ; la forma è epi- stolare, e poco atta quindi alla rappresentazione storica e drammatica dei fatti in azione. Ma la vita del libro è nello studio psicologico acutis- simo di quell'animo disperato e < di dì in di più consunto dal sentimento della vanità della vita » che dai casi della fortuna è esacerbato « in guisa da indurlo a meditare deliberatamente il suicidio » (1) ; ciò nell'intenzione dell'autore avrebbe dovuto esser morale, perchè « voleva principalmente inculcare che a voler vivere li- beri importa imparare a liberamente morire >. Però l'autore stesso s'avvide « che chiunque esorta al suicidio, s'apparecchia fin ch'ei vive i rimorsi di aver forse sospinto qualche indi- viduo verso il sepolcro».
Invero la lettura delle Ultime lettere è da scon-
ci)
V. Notizia premessa dal F. all'/. O.
Ugo Foscolo. 121
sigliare alle anime giovenili che, non sapendo far la dovuta parte all'indole dello scrittore, e alle condizioni dei tempi in cui furono scritte, possono risentirne un fascino malsano.
La forma delle Ultime lettere pecca talora d'enfasi rettorica ed accademica, ma ha tali pregi per coloritura delle passioni e pittura dei luoghi, per vibratezza e fremito di frase, per spigliatezza e vigoria nervosa, per slancio poe- tico talora persino eccessivo, che giustamente fu detta dal Chiarini la prima prosa nostra ve- ramente moderna.
L'altre prose letterarie del F. risentono oggi della progredita coltura, e delle mutate condi- zioni nostre civili ; ma non si può togliere al F. il pregio di avere coi suoi saggi criteri sui nostri classici scrittori instaurata la moderna critica letteraria italiana, e di aver primo stu- diato nello scrittore l'uomo, studiandone le opere in relazione con la sua vita psicologica e con l'ambiente in cui visse.
L'epistolario del F. è uno specchio sincero in cui si riflettono interi, e in forma poeticamente efficace, l'indole e i sentimenti di lui.
Le prose politiche, se suscitarono al dir del Mazzini, ben altra febbre di sospetto e di tirannia che non le « linde fredde, tisiche, vuote prosette del Giordani » e de' suoi, oggi non hanno più altro valore che quello d'esser documento dei tempi e dell'uomo.
§ III.
/ neo-classici minori.
I. Piuderaonte. — C. Arici. — Altri minori. — F. Pananti. — La prosa. — C. Botta. — L. Papi. — V. Coco. — P. Colletta. — Il culto di Dante. — Le polemiche della lingua. - 11 Monti e il Perticari. — Il Giordani. — La filosofia e la scienza del giure. — P. Gali up pi. — G. D. Romagnosi.
Fratello di quel Giovanni che noi abbiamo ricordato fra i continuatori non ispregevoli del Maffei per il genere tragico, fu un mite poeta, Ippolito Pindemonte, di cui il nome suole as- sociarsi a quello del Foscolo, non per alcuna loro somiglianza di carattere o confrontabilità d'ingegno, ma per la circostanza tutta esteriore della loro amicizia, che die occasione ai due carmi sui Sepolcri.
Nato [1753] da genitori nobili per natali e per amoroso culto delle arti e delle lettere, cresciuto alla scuola del Cas- siani, gentile poeta, del Torelli e del Pompei (traduttori di Plutarco e d'Ovidio) ottimi latinisti e grecisti, I. P. fu a Roma l'anno stesso [1778] in cui vi era giunto il Monti, e come lui s'educò alle lettere nel rifiorir del culto classico, preparan-
/ neo-classici minori. 123
dosi ed addestrandosi eoa saggi minori di versioni, al volga- rizzamento dell'Odissea, opera a lungo meditata.
Viaggiò molto; visitò a Napoli ed in Sicilia i luoghi popo- lati dalle leggende di Ulisse, fu amico dell'Alfieri, cantò an-« ch'egli la Rivoluzione al suo inizio con un poemetto, poi passò a Londra, a Berlino, a Vienna. Nel 1791 rientrò nella patria Verona, dove trascorse la restante vita, in una so- litudine rallegrata da pochi amici e da eletti studi. Morì nel 1828.
Dettò: tragedie, prose didattiche, epistolari, narrative, ver- sioni, poesie narrative e liriche, sermoni, e V Epistola respon- soria ai Sepolcri del Foscolo.
Le liriche del P. nel profondo sentimento re- ligioso, nella tenuità dell'idillio agreste, nel sog- gettivismo eccessivo deir impressione, neir af- fettazione, talora, del sentimento o della forma, rivelano il romantico in veste di classico che doveva, movendo non giusto rimprovero al Fo- scolo, caratterizzar l'arte sua ne' versi :
* antica l'arte
Onde vibri il tuo strai, ma non antico Sia l'oggetto in cui miri „.
Né lo stile di queste poesie, dimesso quasi sempre, talvolta piuttosto copioso che magnilo- quente, valse a compensare quel d'ineguale che ad esse dava la non completa contemperanza dei due indirizzi. Non meno evidente è l'influsso romantico nella tragedia, alla quale, del resto, il P. non era atto per l'indole sua piuttosto ele- giaca che tragica La migliore tra le sue tra- gedie è YArminio, d'argomento germanico, quasi medioevale; ed é lavoro di carattere letterario,
124 11 moderno rinnovamento.
disadatto alla scena, più ch'altro pregiato per gli ottimi cori dei bardi che conchiudono gli atti, e non scolorano al confronto dei cori del 'Manzoni.
Delle versioni la più importante è quella del- l'Odissea che piacque al P. tradurre, forse per il carattere suo preferendo la pazienza rasse- gnata d'Ulisse ai bollenti spiriti d'Achille.
L'Odissea ha trovato in lui un elegante tra- duttore, fedele senz'essere pedestre, accurato senza pedanteria, che le serbò, grazie al suo squisito senso classico, tutto il profumo della sua semplicità, della sua arte ingenua e po- tente.
Meglio il P. raccomandò la sua fama ali 'Epi- stola sui Sepolcri, più forse che per l'eccellenza intrinseca dell'opera, perchè essa è indissolu- bilmente avvinta alla memoria del carme fo- scoliano.
In verità l'Epistola è lungi dall' emulare la solida ossatura e le sublimi altezze che il Fo- scolo raggiunge con i Sepolcri. Essa si aggira per la massima parte intorno al concetto che le tombe confortano i vivi e li educano, lo stesso dunque che informa il Carme. Ma lungi dalla maestria e dall'impeto lirico del F., il P. ac- cenna l'idea fondamentale, poi la lascia, la ri- prende e poi l'abbandona per questa o per quella digressione, poi ancora la riprende e la ri- presenta al lettore quasi allo stesso modo di prima.
Scritta in versi dolcissimi, inspirata a una
1 neo-classici minori. 125
grande pietà religiosa e a sentimenti di rasse- gnazione e di perdono, l'Epistola appare nel suo complesso, per usar la frase caratteristica del Torraca, « l'accessorio analizzato, ricamato, li- sciato, a scapito dell'essenziale» (1); né ha i caratteri dell'organismo sano e vigoroso che, svolgendosi secondo leggi proprie, prende il nu- trimento proprio dove lo trova, assimilandolo in guisa da trasformarlo in parte integrale di sé. Cosi l'ispirazione classica e insieme quella del Gray, poeta elagiaco inglese (2), si manife- stano troppo palesi fino al punto di esser tra- duzione in alcuni squarci che pur paiono e sono, sotto un certo rispetto, belli ; anche, taluni epi- sodi, come la descrizione dei giardini inglesi, furono troppo lodati né reggerebbero ad una analisi molto acuta.
Romantico sotto classica veste ho detto po- tersi qualificare il P.; e invero sintomi, ch'egli ha comuni col germogliare del romanticismo, sono l'influenza della poesia straniera (inglese e tedesca) moderna , il tendere ad accostarsi nella scelta dei temi alla vita medievale, l'a- mare gli argomenti agresti e descrittivi. Que- st'ultimo fenomeno specialmente, se può trovar giustificazione classica nei modelli d' Ovidio e di Virgilio, e nella didascalica cinquecentista,
(1) Cfr. lo studio crìtico accurato di F. Torraca: / sepol- cri di I. P. in iV. A. 1. X. '84.
(2) Cfr. Zanella : I. P. e gl'Inglesi. Verona, 1885, e Finzi : Lezioni citate: V. IV, p. I, lez. 1, § XVI.
126 II moderno rinnovamento.
per il sentimento discreto ma vivo e originale della natura, e per le esagerazioni del pittorico e del descrittivo deriva più direttamente da Gia- como Bodmer, e dalla prima scuola romantica detta di Zurigo. Sintomi romantici infine sono quella malinconia diffusa che appare nel largo fiorire della poesia dei morti, delle tombe, dei cimiteri, e il misticismo che inspira molta parte della lirica.
Romantico per questo rispetto come il Pede- monte, ma di lui più felice nel maneggio del verso, per varietà e leggiadria di movenze, si da pareggiar talora nello sciolto l'arte del Fo- scolo e del Monti, fu Cesare Arici, nato e vis- suto in Brescia [1782-1836]. Egli è poeta men pregevole per le sue liriche sacre e sepolcrali (Il Camposanto di Brescia), che per i suoi poe- metti agresti (La coltivazione degli ulivi, ecc.) che rivestono con le grazie delle Georgiche ar- gomenti moderni di materia didascalica/
Altri cultori veramente notevoli non ha la poesia di quei quarantanni; nell'epica, nell'epico-lirica, nella didascalica, nelle versioni, ricorrono sempre gli stessi nomi: Dionigi HTROCCHI [1762-1880] e PAOLO COSTA [1771-1836] che com- pose un inno sull'indipendenza d'Italia, Francesco Cassi [1778-1846] e GIOVANNI MARCHETTI [1790-1852], LUIGI Biondi [1776-1839] e Francesco Benedetti [1785-1821], anch'egli autore di una canzone All'Italia, son valentuomini che negli studi letterari esercitarono benefica influenza, per l'a- more con cui li coltivarono, ma nessuno di essi ha larghezza di visione, potenza di volo, vigoria poetica di stile. Solo me- ritano più particolar menzione due satirici: Angelo Maria d'Elci [1754-1824] di minore importanza e Filippo Pananti
/ neo- classici minori. 127
[1766-1887], liberale di sentimenti, franco e indipendente nei giudizi; egli, da una vita avventurosa sino ad esser fatto prigioniero dai corsari e poi riscattato, trasse ispirazione a un romanzo poetico autobiografico, il Poeta di teatro} nel quale con giocondità ricca d'umorismo, con vena limpida e fresca, racconta, intercalando la narrazione di digressioni ed epigrammi, le sue vicende, specie come direttore del Teatro italiano a Londra. Rimangono di lui anche Epigrammi molti, gai, rapidi e pungenti.
I generi di prosa coltivati con fama in questo periodo sono pochi e pochi i cultori; né forse il tempo vi si prestava ; troppo era il rivolgi- mento in tutte le dottrine politiche ed econo- miche, troppa l'incertezza che in tutte regnava per opera della rivoluzione, perchè potessero le menti dedicarvisi con pacatezza.
La. storia ebbe numerosi scrittori, ma di essi pochi meritano di essere ricordati : quattro in ispecie, tra i quali diamo il primo posto — anche per ragion di tempo — a Carlo Botta piemontese [1766-1837], che dettò in forma fa- conda ed evidente, e con chiare tendenze clas- siche nella lingua foggiata alla trecentista, tre opere storiche : La continuazione della Storia d'Italia del Guicciardini; La Storia d" Italia dal 1789 al 1814; la Storia della guerra dell'indi- pendenza americana. A noi che giudichiamo ad un secolo di distanza, quasi, e che ormai abbiam dato posto alla storia tra le scienze, chiedendole una narrazione esatta e logica, re- datta in forma austera e scevra d'ogni adorna- mento letterario, il Botta appare troppo più let-
128 II moderno rinnovamento.
terato che storico, per certi abusati artifici re- torici, per le enfatiche concioni, per i corollari morali che vien traendo dalla narrazione dei fatti, infine per le forme e i vocaboli affettati o antiquati. Ma Fazione di lui come storico fu molto maggiore ai tempi suoi, in quella entu- siastica adolescenza e accendibilità retorica del sentimento nazionale in Italia, e in m'ezzo a quella sovreccitazione che dalla Francia s'era diffusa tra noi, insieme con gli albori della li- bertà.
Nato e morto tre anni prima del Botta, ma sceso dopo di lui nell'arringo storico, Lazzaro Papi, toscano [1763-1834], trattò ne' suoi Com- mentari della Rivoluzione Francese, lo stesso periodo storico già narrato dal Botta per l'Italia [1789-1815]. Lo lece anch'egli in lingua tosca- namente classicheggiante, ma in forma molto più spontanea e naturale, dando prova di vera imparzialità, e con molto acume penetrando le ragioni intime dei fatti, si da meritarsi, per l'ob- biettività e serenità del racconto e per l'acuta critica, la lode datagli dal Carducci di « chia- roveggente testimone e giudice dei tempi con temperanza libera ed onesta ».
Vincenzo Gogò, sannita [1770-1823], oltre ad un racconto storico, Platone in Italia, scritto con intento patriottico, diede in forma men purgata, ma efficace per calore di sentimento, un Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799, in cui, fra altro, profetava l'unità, e il mutamento del governo di Roma esser condi- zioni necessarie a salvare l'Italia.
1 neo-classici minori. 129
Maggiore forse di questi tre fu Pietro Col- letta [1775-1831] che, dopo sofferta la prigionia per aver partecipato alla repubblica Partenopea, subì più tardi il confine in Moravia, poi l'esilio in Firenze per aver collaborato con Gioachino Murai in audaci imprese di guerra. Studioso e famigliare di studiosi quali il Niccolini, G. Cap- poni, il Giordani, a Firenze scrisse l'opera me- ditata in Moravia, La storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825.
E suo pregio speciale, come del Guicciardini, la larga esperienza d'uomini e di cose, l'elevato sentimento morale, il caldo amor di patria che ispirarono le sue pagine e diedero ad esse sin- cerità di giudizio, austera franchezza di parola. Vibrato e nervoso nello stile, rapido e corretto nella frase, il Colletta fece opera altamente pa- triottica, suscitando, col denudare le vili arti del governo borbonico, generosi sentimenti di li- bertà e di indipendenza.
Il culto di Dante trovò a quel tempo due ottimi sacerdoti in due commentatori della D. C: Paolo Costa, già nominato come mediocre poeta, e Giosafatte Biagioli [1768-1830].
La polemica della lingua fu invece vivissima e vi parteciparono, per non dir che dei maggiori, V. Monti, G. Perticare e P. Giordani nel set- tentrione, nel mezzodì quel Basilio Puoti cosi vivacemente descritto dal Bonghi nella prefa- zione al suo : Perchè la letteratura italiana non sia popolare in Italia (1).
(1) V. ivi, Milano, 1873, p. XV. Ferrari.
130 11 moderno rinnovamento.
Quando il Cesari, come già dissi (1), aveva preso a sostenere con tanto ardore le ragioni della Crusca, da divenire oggetto di violenti at- tacchi e persino di derisione fra i suoi autore- voli avversari, a capo di questi si pose il Monti, prima censurando in un giornale la sua riedi- zione del Vocabolario, poi contrapponendole la Proposta di correzioni ed aggiunte già ricor- data , alla quale attese con l'aiuto di un eru- dito filologo, il genero suo Giulio Perticari [1779-1822].
Il Monti si opponeva solo aireccessiva ado- razione dei trecentisti, e voleva che, allargando la cerchia dei modelli fuor del '300 e del '500, si consentisse anche di accettare termini e vo- caboli nuovi, con quella « licentia sumpta pu- denter » che già aveva invocato Orazio nell'Arte poetica. Il Perticari andò molto più in là, e affermando che la lingua de' trecentisti non era scevra di volgarità, puerilità e scorrettezza, volle richiamar in onore la dottrina dantesca che la lingua italiana olezza in tutti i dialetti nostri, e non é peculiare d'alcuno, mentre già si faceva strada il concetto che l'italiano avesse sua sede e sua fonte nel dialetto toscano e l'Accademia della Crusca premiava di prefe- renza i fiorentini.
Le tre maggiori opere filologiche del Perti- cari (avversario nel resto del Romanticismo, che combattè con il Giornale Arcadico fondato a
(1) V. a pag. 98.
/ neo-classici minori. 131
Roma nel v18) Della difesa di Dante,. DelVa- mor patrio di Dante e del suo libro intorno al volgare eloquio, Degli scrittori del trecento e de' suoi imitatori, ebbero un nobile impulso dal sentimento patrio di lui, che nella fusione dei dialetti vedeva il vincolo ideale della grande famiglia italiana. Ma le sue conclusioni esa- gerate trovarono avversari autorevoli in Gio- vanni Galvani, filologo modenese, [1806-1872], che espose Dubbi sulla verità delle dottrine perti- catane nel fatto storico della lingua, e in Pietro Giordani, piacentino, [1774-1848] che, più coll'ésempio che colla teoria, cercò di condurre la prosa ad un culto discreto dei classici, e conciliare, la teoria. rigorista del Cesari e quella liberista del Perticare
Nocque all'efficacia degli scritti giordaniani Tindole loro accademica (Trattati letterari e critici, Elogi, Panegirici, Epigrafi, Discorsi), lo stampo troppo classicamente simmetrico e l'in- tonazione retorica ed oratoria. Accolto dapprin- cipio come arbitro, egli vide ben presto messe da parte e dimenticate le sue opere; mentre ormai si faceva strada la teoria che fu detta poi manzoniana, già preannunciata nelle Let- tere filologiche e critiche di Urbano Lampredi [1761-1838], che caldeggiano il ravvicinamento della lingua studiata negli scrittori con V uso vivo dei ben parlanti toscani.
La filosofia e la scienza del giure hanno in questo periodo due nomi che, più che per va- lore letterario, meritano di essere ricordati per
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la loro importanza nel moto intellettuale che preparò la rivoluzione italiana. Sono i nomi di Pasquale Galluppi [1770-1846) e di Gian Dome- nico Romagnosi. Quello, in una forma inelegante e faticosa, fu colle sue opere iniziatore di quel moto di conciliazione della filosofìa con la reli- gione, che ha fatti famosi i nomi del Gioberti e più ancora di Antonio Rosmini « santissimo uomo, altissimo ingegno ed elettissimo cuore > (1). G. Domenico Romagnosi, [1761-1835] magistrato e professore di diritto a Pavia e a Milano, in- faticato al lavoro anche nell'avversa fortuna che lo volle povero e infermo, giustamente disse di sé : « sono la sentinella avanzata della ci- viltà! > (2). Precursore nelle scienze esatte e nelle scienze morali, nel giure e neir economia poli- tica, egli iniziò la rivoluzione nelle più alte sfere speculative, sfatando nel suo: Dell'indole e dei fattori dell" incioilimento , le utopistiche dottrine sociali del Rousseau, dello Smith, del Bastiat. Ma neanch'egli fu letterato, e la pro- fondità del pensiero si tradusse in una forma astrusa ed aspra.
(1) Bonghi: op. cit. prefaz., p.IX.
(2) Cfr. G. Pompilj: Pensiero ed azione, ecc. cit. p. 52.
§ IV. Il Romanticismo puro.
Caratteri letterari del Romanticismo. — Romanticismo let- terario. — Sue origini. — La poesia dialettale. — F. Gritti. — G. Meli. — C. Porta. — G. Belli.
Esagerazioni di classicismo nel contenuto e nelle forma, e di purismo nella lingua, radicali trasformazioni nelle dottrine politiche e sociali, progresso delle scienze particolari e della filo- sofia, la stanchezza del passato, e il desiderio del nuovo, l'influsso delle straniere letterature e il bisogno ogni giorno più imperioso d'accostare la letteratura alla vita, tuttociò insieme ha con- tribuito al manifestarsi definitivo del romanti- cismo in Italia nel primo quarto del secolo XIX, dopo che per diverse vie v'avean preludiato il Goldoni e l'Alfieri, il Baretti e il Gozzi, il Ce- sarotti e il Foscolo.
Stabiliamo anzitutto il carattere del fenomeno, secondo le conclusioni cui conduce lo studio comparato delle manifestazioni romantiche. Il romanticismo che sorge in Germania, al tempo di Federico II di Prussia, contro la imitazione
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della letteratura francese classicheggiante di Luigi XIV, colà importata dal Voltaire, fu ben altra cosa dal fenomeno che ebbe in Italia per suo primo divulgatore e propugnatore il Berchet, per suo massimo pontefice il Manzoni. Quello prese nome dal vocabolo francese designante la lingua e la letteratura romanze, cioè derivate nel medio evo dalla lingua e dalla letteratura romana ; ma del nome abusò in istrano modo, adattandolo a significare quel rivolgimento let- terario e politico che mirava ad opporre alle tradizioni artistiche dei greci e dei romani, quelle cavalleresche e religiose dell'età di mezzo (1).
Il romanticismo italiano di cui stiamo per occuparci, a ben altro tendeva nello spirito suo : a fare la letteratura specchio non d'una vita passata, fosse medioevale od antica, ma della vita presente, pur valendosi come mezzo anche dell'ispirazione tratta dal passato, quando questo avesse col presente tali contatti, tali so- miglianze da poter servire alla dipintura o alla critica di esso.
Con ciò non si vuol negare che il romantici- smo italiano sia rampollato dal germanico; tanto più che questo si accordava coi principi propugnati dall'abate Conti, dal Baretti, dagli anticlassicisti temperati ; invero il romanticismo germanico aveva con il Lessing battuto in brec-
(1) Cfr. (ìraf.: // romani, del AI. in : Foscolo, Manzoni, Leo- pardi. Torino, 1898. pag. 53.
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eia contro le unità aristoteliche, come già prima presso di noi il Conti ed il Baretti ; in Germa- nia era segnacolo in vessillo della nuova scuola l'arte shakespeariana, cosi come essa era stata in Italia presa a modello dal Conti e difesa dal Baretti contro gli attacchi del Voltaire.
Il romanticismo germanico aveva Inoltre ca- ratteri consoni al vivo bisogno manifestatosi in Italia, di emanciparsi da qualunque tirannide vincolasse le libere manifestazioni del pensiero e della vita sociale, e di cercare la fonte del- l'arte nelle tradizioni nazionali; sicché esso si naturalizzò ben presto presso di noi, prima come moto letterario, poi, sempre sull'orme dei tede- schi, come simbolo di rivolgimento anche poli- tico, avvivatore dell'avversione allo straniero.
Del romanticismo prettamente letterario noi abbiamo già visto gli inizi col Cesarotti e i suoi, e con la poesia ossianica, una delle più notevoli manifestazioni del romanticismo inglese che si concretò nelle opere di Walter ' Scott e di Giorgio Byron ; fino dal tempo in cui Carlo Gozzi componeva le sue fiabe, e Goldoni le sue commedie, e i lirici nostri si ponevano sulle orme dei loro confratelli inglesi e tedeschi (1).
Fu, sotto un certo rispetto, moto romantico anche il dibattito intorno alla lingua.
La poesia dialettale, infatti, rifiorita al prin- cipio del secolo XIX per tutta Italia, da Pa- lermo a Venezia, da Milano a Roma, ebbe in-
(i) v. § i.
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coraggiamento grande dalla lotta contro i pu- risti. Di tale suo carattere romantico non s'e- rano avvisti l'Alfieri e il Monti quando intesse- vano lodi al Meli, poeta in vernacolo siciliano; se n era invece accorto, ma per combatterlo, il padre Branda, quando aveva scagliate contu- melie contro i poeti in vernacolo milanese (1), dei quali era massimo ai suoi tempi Domenico Balestrieri (1714-1780), traduttore della Geru- salemme Liberata.
Né romantica potè parere la poesia dialettale ai suoi inizi in Venezia e in Sicilia, tanto ne fu aulico e letterario il carattere.
A Venezia era già tradizionale il culto del patrio dialetto, quando a sollevarlo ad onore di lingua d'arte vennero nel secolo scorso il Gol- doni, il Gozzi, il Chiari e, massimo fra tutti, Francesco Gritti.
IL Gritti, nato nel 1740 da famiglia patrizia, fu giudice del consiglio dei quaranta, e dedicatosi alle lettere, fu tra- duttore di opere straniere, tentò infelicemente la scena e si dedicò alfine alla poesia in dialetto, incoraggiato dal parere dello Zeno e da quello del Bettinelli, dal Foscarini e dal Cesarotti; allora salì in altissima fama. Morì nel 1811.
I generi da lui trattati sono la favola, l'apo- logo, la novelletta, più che la lirica, di cui diede pur qualche saggio; e la sua poesia ha un portamento austero che fa notevole contrasto col suo umor gaio, temperato e rinvigorito da
(1) V. p. 80-81.
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una sana filosofia, razionalista e un po' scettica, che gli dà -un giusto criterio di uomini e vi- cende al suo tempo. Felicissimo neir uso del proprio dialetto senza eccessive volgarità e sguaiataggini, egli fu un pittore insuperabile, al dir del DairOngaro, di scene e d'uomini, ma non seppe sottrarsi in tutto al vizio comune ai suoi concittadini che poetarono in dialetto, quello della scarsa popolarità del concetto e del co- strutto.
Meno popolari di lui sono i suoi imitatori, dei quali uno solo, Pietro Buratti, toccò qua e là il fare del popolo delle calli e delle salisade, pur riescendo spesso troppo libero e voluttuoso. Gli altri furono classici o arcadi che vestirono i loro argomenti (epici, satirici, descrittivo- didasca- lici) di lingua popolesca.
Parve pure classico ed arcade alla maniera del Rolli Giovanni Meli, VAnacreonte Siciliano, come lo dissero i suoi contemporanei (1740-1815), che fu abate e medico, professore di chimica e poeta, epicureo alla maniera oraziana. Colti- vando il volgar siciliano, toccò tale altezza da oscurar la fama di tutti i suoi predecessorj, non escluso Giuseppe Vitali, che tentò l'epica eroica dialettale con la Sicilia liberata, né Domenico Tempio, popolare per certa sua poesia scher- zosa, insudiciata di laidezze.
Il Meli trattò tutti i generi: il poema comico, la parodia, odi serie, satire, un ditirambo; ma fu sommo nelle favole, nelle anacreontiche, e negli idilli, che nessuno mai trattò con tanta
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venustà la poesia pastorale, né fece rifiorire con cosi potente originalità le vecchie canzoni d'Anacreonte.
Emulo del La Fontaine nella favola, rinnova- tore delle grazie di Teocrito nell'idillio, il Meli, come il Gritti, nella scelta degli argomenti, nel- l'ispirazione, nella forma non è vero poeta po- polare ; è un letterato che ha saputo ornare la sua poesia di nuovi e vaghissimi fiori, colti nel- l'agreste e profumato giardino del suo musi- cale dialetto.
Ben altramente popolare fu la poesia a Milano col Porta, a Roma, più tardi, col Belli che qui ricorderemo per ragioni logiche più che crono- logiche.
A Milano era già una tradizione di poesia dia- lettale, fatta più gloriosa in tempi più vicini da Carlo Maria Maggi (1630-1699).
Poeta lirico, melodrammatico, comico, in lingua italiana e in dialetto, oratore, uomo di Stato, scrittore di materie politiche, Qultore di lingue classiche e traduttore, il Maggi ebbe, può dirsi, in qualche modo, a continuatori dell'opera sua, restauratrice della morale e della verità, il Goldoni nella commedia, il Metastasio nel melodramma, il Parini nella satira, il Manzoni nella poesia religiosa : onde meritatamente egli richiama tutta l'attenzione degli studiosi della storia di nostre lettere.
Fu pure ottimo poeta dialettale lombardo il Balestrieri già nominato; e forse di questi due egregi sarebbe stata più larga la fama, se ad
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offuscarne la luce con il suo splendore non fosse venuto Carlo Porta.
Nato a Milano nel 1775, da famiglia di mediocre nobiltà, il Porta, dopo aver seguito i primi studi in un collegio di gesuiti, fu mandato ad Augusta per apprendere il tedesco, la ragioneria e la mercatura. Ma a 21 anni egli ritornava a Milano, mal soffrendo per l'indole sua la lontananza dalla famiglia e dalla patria.
Di qui ripartì per Venezia ove fu impiegato presso l'ar- chivio delle Finanze, e donde fu trasferito a Milano nello stesso ufficio all'Intendenza Generale.
Dimesso dopo la battaglia di Marengo, fu richiamato dopo quattro anni alla cassa del Debito pubblico, e fu allora che prima per celia, poi di proposito, incoraggiato dai primi suc- cessi, si diede alla poesia. Uomo d' indole mite, fu alieno dalle brighe e dalle macchinazioni politiche, e potè anch'egli come il Parini prima, il Monti poi, vedere nel ristabilimento degli Austriaci la promessa di un'era di pace e di benessere, che trascorse fino al 1821 nella sua famiglia, tra la moglie e tre figli. Lo uccise la podragra a 45 anni.
Tommaso Grossi narra che i primi compo- nimenti dialettali del Porta furono due alma- nacchi; ma un altro almanacco, pure in dia- letto, lo assali con cosi villane censure che egli smesse per allora di scrivere e fece proponi- mento di non voler più far versi. E stette pa- recchi anni in questo proposito, né gli dovè costar molta fatica, perchè le discordie dei par- titi, poi la reazione capitanata dal Souwaroff, spadroneggiante feroce e senza freno, avevano ridotta Milano a tale umiliazione, che nessuno pensava alla letteratura.
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Solo dopo divenuto cassiere all'Intendenza di Finanza della Repubblica Cisalpina, nella quo- tidiana famigliarità con quegli insigni che po- polavano allora Milano: il Foscolo, il Monti, il Romagnosi e gli altri che poi furono del Con- ciliatore, si ravvivò in lui l'estro poetico ; e ne furono primo fruttò, al dir del Grossi, Idesgrazzi de Giovannin Bongé. Quind'innanzi la sua vena satirica e giocosa fu inesauribile. Alle prime seguirono : 1 olter desgrazzi de G. B. ; poi le liriche, quali pungenti e vivacissime, come la Nomina del Cappellan, Meneghin birceu di eoe monegh, Fra Diodatt, La preghiera, I dodes soniti a l'abaa Giavan (l'abate Giordani), ecc ; quali invece piene di festiva e ingenua comi- cità. Tentò anche, e non infelicemente, la ver- sione in milanese di qualche brano della Divina Commedia.
Non cercate nella sua poesia la nota forte del sentimento patrio, non vigoria di passioni, efficacia di contrasti, potenza di volo lirico; queste ultime non sono qualità che si conven- gano al genere che il Porta trattò. Quanto al sentimento patrio, al Porta non si può fare ac- cusa se, nato sotto un regime non cattivo né infesto al suo paese, educato sotto un padrone che gli die modo di vivere agiatamente, testi» monio dei disordini generati dall'invasione fran- cese, si calmò vedendo tornare gli antichi domi- natori, e non pensò che potevano gli Italiani esser padroni in casa loro. Solo contro i Fran- cesi nutri vivace antipatia e n'è testimonio il
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felicissimo sonetto: « E dai con sto chez-nous! Ma sanguanon... ! >
Ciò che costituisce la grande, incontestata superiorità del Porta, la efficacia sua di vero poeta, è la finezza dell'osservazione, acuta, fe- licissima nello scorgere il lato comico delle cose ; né meno meravigliosa è la sicurezza pla- stica della forma che senza artifìcio alcuno, senz'ombra di fatica o di sforzo apparente, scol- pisce le figure, dipinge i quadri, cesella le più delicate macchiette, avviva le scene e i dialo- ghi, in cui rivive intero e schietto il popolo mi- lanese, dall'umile accendilampade, al negoziant de frust, dal povero frate di campagna al grasso e ben pasciuto fratacchione delle sale aristo- cratiche, da Barborin a Donna Fabia.
Chi ha letto le poesie del Porta non dimentica più il povero Giovannin Bongé, cosi comico nella sua pusillanimità mascherata di coraggio, nella sua bonarietà semplice ed ingenua, né quel mi- sero sciancato del Marchionn, le avventure del quale non sappiam bene se più ci facciano ri- dere o piangere, né il maggiordomo della Mar- chesa Paola Travasa, meravigliosamente bello nella sua altezzosità da servitore di grande fa- miglia, né Donna Fabia Fabion de Fabrian e l'inarrivabile comicità della su8 preghiera e del suo linguaggio. Non manca talora nel Porta lo sprazzo di luce d'una satira forte e pungente; l'intervento della Lilla, « la cagna maltesa, tutta pel, tutta góss e tutta lard », nelle vicende del cappellano di casa Travasa, è particolare che
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non trova riscontro se non nell'episodio della « vergine cuccia > immortalato dal Parini nel suo Giorno.
Il dialetto, colto sulle labbra del popolo, è istrumento perfetto nelle mani del Porta, che lo maneggia con una sicurezza, con una disin- voltura non più pareggiate dopo lui ; si che a lui ben s'attaglia quel che egli scriveva nel suo fumoso sonetto:
" I paroll d'un lenguagg, car sur Manell, In onna tavolozza de color, Che ponn fa el quader brutt, e el ponn fa beli, Segond la maestria del pittor „.
Ed egli fu pittore d'insuperabile maestria !
Il Porta non fu un letterato di professione. La poesia sgorgava in lui da cosi ricca e naturale vena, che forse una grande coltura le avrebbe nociuto; né il Porta ebbe coltura al disopra della comune (l), né, meno, fu un classico; anzi, quando, come tra poco vedremo, imperversò a Milano la polemica tra classici e romantici, egli si schierò con questi ultimi, bastonando con le sestine sul Romanticismo Carlo Ghe- rardini, un classico ch'egli soprannomina Afa- damm Bibin, e il Giordani con la serie dei so- netti contro YAbaa Giaoan.
Era quello il tempo in cui la poesia dialet- tale trionfava, e a Venezia uscivan per le stampe
(1) Cfr Salvioni, La bibl. di C. P. in Perseveranza 28, IX, 1900.
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le Poesie del Gritti, il Tasso a la bareariola del Mondini, e la Raccolta di poesie Veneziane (1817); mentre a Milano il Cherubini pubblicava la Collezione di autori milanesi (1817) cui il Porta stesso forniva la materia per il duode- cimo ed ultimo volume.
Leggendo e studiando su questa Collezione le poesie del Porta, e traducendone molte, si formò e rivelò l'inclinazione del secondo nostro grande poeta dialettale, Gioachino Belli.
Nato a Soma nel 1791, rimasto orfano e ridotto alla mi- seria per la rivoluzione, fu prima scrivano, poi collo stadio e col suo ingegno si conquistò un ben misero impiego, finche nel matrimonio con Maria Conti, ricca gentildonna, trovò l'agiatezza. Gli fa consentito allora tornare agli stadi ed alla poesia, che già aveva coltivato in lingua italiana, e fa allora che la lettura delle liriche del Porta lo rivelò a sé mede- simo; nel 1880 leggeva il Porta; nel 1881 era già celebre. Morì nel 1868, senza aver sentito l'alito politico dei tempi nuovi, in un isolamento misantropico, in un ascetismo reli- gioso quasi maniaco. Lasciò più che duemila sonetti.
A Roma dovagli nacque e visse, i motti pia- cevoli e satirici, le barzellette facete, spuntano naturalmente sulle labbra del popolo, amante, più d'ogni altro d'Europa, dice lo Stendhal, della satira fine e pungente, e che parla uno dei no- stri dialetti più armoniosi ed efficaci e di più felice organismo; a Roma è tradizionale l'ar- guzia, d'argomento privato, politico, religioso, di quei due leggendari Pasquino e Marforio che impersonano lo spirito d'osservazione e di
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satira di quella plebe secolarmente civile (1). Ed é appunto questa plebe che il Belli ha vo- luto rappresentare nei suoi sonetti ; < a guar- darli tutti insieme mi par di vedere che questa serie di poesie potrà forse davvero restare per un monumento di. quel che è oggi la plebe di Roma.... Un disegno cosi colorito non troverà lavoro da confronto che lo precedesse >. Cosi scriveva il Belli nel 1831 a Francesco Spada, né s' ingannava ; il complesso della sua opera fu veramente un poema.
Il B. si dissimula, scompare dietro il suo eroe : la plebe di Roma ; questa é, e non il poeta, che giudica, che schernisce, che parla talora un pò* sboccata e triviale; tanto che lo Schuchardt giunse a dire « che se non ci fosse stato chi pensava e parlava a quel modo, il Belli non avrebbe mai scritto quel che scrisse (2>.
« Tutta una città — scrive lo Gnoli — vi si apre davanti ; le piazze, le strade, i vicoli ; il bottegaio vende la sua merce, le comari ciar- lano sulla via, i ragazzi giuocano, l'uomo la- vora o sta oziando alla bettola col coltello alla cintola; s'intrecciano la bestemmia e la fede, la superstizione e l'oscena risata; qua il giuoco del lotto, là il prete che predica, ora udito con riverenza, ora deriso dietro le spalle; inorino-
ci) Cfr. la Prefaz. del Morandi, ai sonetti di G. B., e gli articoli di D. Gnoli: N. A. 1877-78.
(2) Citato in Spezi : il B. e la poesia Romanesca, Teramo, 1891, p. 37.
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razione nelle anticamere dei prelati e gesuiti,, corruzione nei tribunali, vizio e ferocia nelle prigioni, e in fondo il boia che mostra al po- polo affollato una testa; s'aprono le finestre, e udite i discorsi delle serve da. un piano all'al- tro e i pettegolezzi e gli amori; si scoprono i tetti, e vedete le luride stanzucce, V umide sof- fitte, dove le madri aspettano con ansia i figli od i mariti, e.... tutto un popolo infine che si muove e opera e parla, tutta la vita d'un volgo arguto, fiero e ignorante» (l).
All'oggettivi tà assoluta, per cui l'autore non traspare mai traverso l'opera, il Belli accoppia, come ben